11 dic 2008

Le vere parole dell'Osservatore della Santa Sede all'ONU sui gay (articolo di A. Tornielli)

02.12.2008 - Roma - L’ennesima tempesta in un bicchier d’acqua ha fatto passare ieri il Vaticano come un regime autoritario e fondamentalista che vuole la criminalizzazione dell’omosessualità. A scatenarla, con parole peraltro inequivocabili che non si prestano ad ambigue interpretazioni, è stata l’intervista che l’agenzia cattolica francese I.Media ha fatto all’arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa sede presso le Nazioni Unite, nella quale il diplomatico vaticano ha preso le distanze dal progetto di dichiarazione che la Francia, a nome dell’Unione europea, ha intenzione di presentare all’Onu per chiedere il pari trattamento di ogni orientamento sessuale e, fra l’altro, la depenalizzazione dell’omosessualità nei Paesi di tutto il mondo. «Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale», ha risposto monsignor Migliore, citando il Catechismo della Chiesa cattolica «che dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». «Ma qui - ha aggiunto - la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».

Queste parole sono state prese a pretesto per far credere che la Santa sede sia favorevole alla galera se non addirittura alla pena di morte per le persone omosessuali, come previsto in alcuni Paesi fondamentalisti. Le cose, ovviamente, non stanno affatto così. In Segreteria di Stato c’è preoccupazione per il progetto della Francia: la depenalizzazione, infatti, «non è l’oggetto del documento» spiegano Oltretevere. La dichiarazione «non cerca tanto di combattere la discriminazione dell’orientamento sessuale quanto di promuovere ogni orientamento sessuale e a questo fine di creare una nuova categoria di discriminazione, senza definirla, in modo da applicarla a tutti i diritti umani». Si vuole dunque, dicono Oltretevere «rileggere tutta le legislazione sui diritti umani alla luce dell’orientamento sessuale, introducendo nuove categorie protette e grazie a questa dichiarazione garantire a qualunque orientamento sessuale un trattamento identico a quello riservato alle persone eterosessuali, ad esempio in materia di matrimonio e di possibilità di adottare bambini». Insomma, un progetto che si propone ben altro rispetto alla depenalizzione e che cerca di far passare un principio al quale si possano poi riferire gli organismi di controllo delle Nazioni Unite, senza che questo sia in realtà mai stato discusso e approvato in aula. «Sulla base di quella nuova categoria di discriminazione - spiegano in Vaticano - si potrà cercare di restringere altri diritti e libertà, come quello alla libertà di espressione e di libertà religiosa».
Senza contare che si parla sempre di «orientamento sessuale» senza mai aver definito l’espressione, che in pratica potrebbe essere applicata anche ad altri orientamenti. Non bisogna infatti dimenticare che in Olanda esiste ufficialmente un partito dei pedofili. Il Vaticano teme che questa dichiarazione, che di per sé non è un documento consensuale dell’Onu, possa rappresentare l’inizio di un processo che miri a esercitare pressioni nei confronti di quegli Stati che non ammettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso perché questo divieto rappresenterebbe una lesione dei diritti umani sulla base dell’orientamento sessuale. Già da tempo alcuni esperti hanno lanciato un allarme sulla possibilità che in sede europea e internazionale, grazie al lavoro di gruppi di pressione ben organizzati, siano fatte passare norme in grado di condizionare poi la sovranità dei singoli Paesi.



(A. Tornielli, Il Giornale, 2.12.2008)

22 ott 2008

OASIS - Whatever (ingl-ital)

TESTO

I'm free to be whatever I

Whatever I choose

And I'll sing the blues if I want


I'm free to say whatever I

Whatever I like

If it's wrong or right it's alright


Always seems to me

You only see what people want you to see

How long's it gonna be

Before we get on the bus

And cause no fuss

Get a grip on yourself

It dont cost much


Free to be whatever you

Whatever you say

If it comes my way it's alright


You're free to be wherever you

Wherever you please

You can shoot the breeze if you want


It always seems to me

You only see what people want you to see

How long's it gonna be

Before we get on the bus

And cause no fuss

Get a grip on yourself

It don't cost much


I'm free to be whatever I

Whatever I choose


And I'll sing the blues if I want


Here in my mind

You know you might find

Something that you

You thought you once knew

But now it's all gone

And you know it's no fun

Yeah I know it's no fun

Oh I know it's no fun


I'm free to be whatever I

Whatever I choose

And I'll sing the blues if I want


I'm free to be whatever I

Whatever I choose

And I'll sing the blues if I want


Whatever you do

Whatever you say

Yeah I know it's alright


Whatever you do

Whatever you say

Yeah I know it's alright



TRADUZIONE

Sono libero di essere qualsiasi cosa, qualsiasi cosa io scelga

e canterò la tristezza se ne avrò voglia


Sono libero di dire qualsiasi cosa, qualsiasi cosa mi piaccia,

giusta o sbagliata andrà comunque bene


Mi sembra che tu veda sempre ciò che le persone vogliono che tu veda


Quando tempo passerà prima che io e te saliremo sull'autobus

e non protestare, controllati, non costa molto


Sono libero di essere qualsiasi cosa, qualsiasi cosa tu dica

e se sarà come dico io andrà bene


Sei libera di essere qualsiasi cosa, qualsiasi cosa che ti pare

puoi anche masticare l'aria se vuoi


Qui nella mia mente sai che troveresti

qualcosa che tu pensavi di conoscere un tempo,

ma ora è tutto finito e tu sai che non è divertente,

sì, lo so non è divertente, oh, lo so non è divertente


Qualsiasi cosa tu faccia, qualsiasi cosa tu dica, si, so che andrà bene

11 ott 2008

Giovani e sesso (segue da "Pensiamoci sù...")

Il complesso tema della sessualità, pur non costituendo la realtà più importante nella vita di una persona, è oggi al primo posto dell’attenzione sana e della voglia di capire delle giovani generazioni.

Il fatto che questa società adulta si mostri “adolescenziale” agli occhi degli adolescenti non fa altro che screditare, nella prospettiva dei giovani teenager, il fatto di diventare loro un giorno adulti. Perché questo vorrebbe dire “arrivare a pensare un giorno come quelli”. Riguardo ad una cosa così importante il giudizio dei giovani non conosce mezzi termini: “La società adulta ha fallito nel sesso e nell’amore – sembrano decretare tacitamente - chi di noi la segue è un rintontito che si è lasciato abbindolare da questi pennelloni che avrebbero dovuto insegnarci ad amare e invece stanno lì a farsi di alcool e tradirsi su Internet. Adesso ognuno è solo. Deve arrangiarsi da sè e, sbattendo la faccia contro molti muri, sperare forse, molo forse, un giorno di arrivare ad imparare ad amare”.

In questa società fallita da questo punto di vista, ultimamente si riaccende la polemica sulle posizioni della Chiesa riguardo la contraccezione, e invece di cercare di capire il perché si scava un fossato ancora più profondo, irrazionale, tra credenti e non credenti riguardo un tema che dovrebbe vedere tutti uniti sulle cose fondamentali che riguardano gli uomini.

Il nodo del problema è la scissione anima-corpo (cfr. Death Cab for Cutie, Soul Meets Body). Nella nostra società fallita (nel know-how dell’emozione e nella gestione di affetti e sentimenti), siamo sin troppo abituati a pensare che “una cosa sono io e un’altra è il mio corpo”. Questo errore, nato quando Cartesio e Kant sproloquiavano, e mezzo mondo gli andava appresso, adesso lo paghiamo caro.

Per fare un esempio: è frequente sentire uno che vuole fare il macho che parlando di una ragazza, purtroppo, la definisca riferendosi agli organi genitali. Certo, tutti sanno che voleva dire che è una gran bella ragazza, ma guarda un po’ per dirlo deve scindere la persona dalla genitalità. Arrivare alla persona partendo dalla genitalità non è un percorso che giunge al termine. Di solito si ferma all’inizio. E non ci capiamo più (cfr. Tiromancino, Felicità)

Come fare a spiegare le posizioni della Chiesa?

Prima di tutto è importante ricordare che il sesso l’ha inventato Dio. Una premessa forse chiarificatrice per chi pensa che per i cattolici questo sia un campo “tabù”, difficile o scomodo. Il corpo, l’attrazione che provano due persone di sesso diverso, il piacere legato all’atto sessuale, tutto questo è uscito dalle mani di Dio; l’ha voluto Dio, l’ha inventato Dio e lo conosce molto meglio di quanto noi uomini possiamo conoscerlo.

Secondo passo: usciamo dalla teologia ed entriamo in campo antropologico. Come ha dimostrato parte della filosofia (anche atea) del secolo XX°, io-sono anche-il-mio-corpo. Così Husserl, Sartre e Merlau-Ponty. Di quest’ultimo leggiamo su Wikipedia: “Partendo dallo studio della percezione, Merleau-Ponty giunge alla conclusione che il corpo proprio non è solamente una cosa, un potenziale oggetto di studio della scienza, ma è anche la condizione necessaria dell'esperienza: il corpo costituisce l'apertura percettiva al mondo. Per così dire, il primato della percezione significa un primato dell'esperienza, nel momento in cui la percezione riveste un ruolo attivo e costitutivo. Lo sviluppo di suoi lavori instaura quindi un'analisi che riconosce sia una dimensione corporea della coscienza sia una sorta di intenzionalità del corpo. L'argomentazione è in netto contrasto, di fatto, con l'ontologia dualista delle categorie corpo-spirito di René Descartes”.

Terzo passo: riflettiamo. Quando uno dà la mano ad una persona sta significando qualcosa che avviene fuori ma anche dentro di sé (stima, rispetto). Quando uno da un bacio ad un genitore o ad un amico sta significando qualcosa che avviene fuori ma anche dentro di sé (affetto, confidenza). Quando due persone “fanno sesso” stanno significando due cose diverse dentro e fuori di sé. Questo, visto che coinvolge le dimensioni più profonde della persona, lascia un segno. Uno non può fare sesso come se si grattasse dietro l’orecchio o facesse le bolle di sapone (atti che pure coinvolgono il proprio corpo). Nel rapporto sessuale la persona è fortemente coinvolta (quasi risucchiata diremmo) da quello che sta facendo; tutte le sue dimensioni, fisiche e spirituali, lo sono. Ma è giusto che sia così: il sesso è il sigillo corporale del si che altrimenti rimarrebbe etereo.

Conclusione: il sesso unisce due persone che si sono dette sì con il cuore e con la mente perché non siamo (Cartesio ci senti?) solo mente, cogito. Tra parentesi, a tal proposito, converrà ricordare che il matrimonio rato e non consumato, cioè celebrato davanti a Dio ma al quale non è seguita la copula dei due coniugi è (dopo ampia indagine e solo da parte del Romano Pontefice) per la Chiesa “scindibile”. Dopo non più. Nemmeno il Papa può scindere l’unione rata e consumata. Perché è così? Ma per la straordinaria importanza che la Chiesa dà al corpo. Se due si dicono sì con la mente, con il cuore, con la volontà devono poi “completare” questo sì con il sì del corpo. Ma questo è vero solo per due che si danno del tutto, uno con una per sempre. Viceversa sarebbe finzione. E la finzione in queste cose porta male, crea scissione. Alla lunga frustrazione e incomprensione. Alla fine divisione (o morale o proprio separazione fisica), perché non basta l’unione dei corpi né quella delle sole volontà.

La contraccezione è separare (con la chimica o con la plastica) i due corpi, non unirli. Coloro che si amano così con lì’idea di avvicinarsi in realtà si allontanano fino ad arrivare a non riconoscersi più.

La contraccezione è (c’è bisogno di dirlo) quanto di più innaturale possa frapporsi tra due corpi. Chiedete al Lancet o al New England Journal of Medicine che risultati danno gli studi sul rapporto uso della pillola contraccettiva/tumori nella donna… E questa non è teologia, né antropologia: è avere sale in zucca e fare le cose bene. Nessuno mette dello Champagne nel serbatoio di una Jaguar dicendo: “ma è meglio della benzina!”. Certo sono due cose favolose (Champagne e Jaguar) ma nell’auto ci va la benzina e a tavola si beve lo Champagne. Il fatto che io possa materialmente mettere lo Champagne nella Jaguar non vuol dire che devo farlo o che è bene farlo. La natura mi ha dato l’intelligenza per formulare corretti giudizi in casi come questi.

La natura non và plagiata. Va studiata, compresa e – a fatica forse – vissuta. Noi questo oggi non lo capiamo perché siamo scissi dentro (e questo è di natura), distratti (e questo è lo stile di vita) e, come se non bastasse, circondati da falliti. Senza sconfortarci o giudicare gli altri (forse al loro posto avremmo fatto peggio), rimbocchiamoci le maniche (e i neuroni) e costruiamoci delle idee proprie in materia. E’ entusiasmante quello che propone Benedetto XVI: “la libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione, sia un nuovo inizio” (Enciclica Spe Salvi, n. 24). Questo è da fuoriserie (cfr. R.E.M., The Outsiders).

Non basta leggere o ascoltare, bisogna convincersene dialogando, confrontandosi e vivendo. La Chiesa ci dice “prenditi cura di te e del tuo corpo, agisci secondo natura”. Mancano maestri che insegnino ai giovani, con convinzione e con linguaggio appropriato, che questa è la strada.



The Bourne Ultimatum

Terzo episodio della saga di Jason Bourne, genialmente quanto glacialmente interpretato da Matt Dillon. Non è solo un gran bel film d’azione che 'afferra' lo spettatore, sia per l’incalzare delle scene quanto per la sensatezza della trama (“regge” decisamente meglio rispetto alle eccessive peripezie della sceneggiatura di Bourne Supremacy).

Questi giudizi positivi li possiamo leggere nel 90% delle recensioni su questo film. Quello che non si è evinto abbastanza è il risvolto antropologicamente denso della sceneggiatura. Questo ne fa un bel film in senso “pieno”.

In un mondo ossessionato dalla smania di sicurezza assistiamo ad un viraggio delle procedure della CIA. Il fascicolo segretissimo che Bourne cerca infatti, era quello di una procedura sperimentale che permetteva ai servizi “tacitamente deviati” di sbrigare in quattro e quattr’otto faccende per le quali sarebbe stato lento il ricorso al parere di Washington. La burocrazia aveva “reso indispensabile” il ricorso ad altri metodi decisamente disumani per ridurre all’impotenza i nemici degli USA: è il programma Blackbriar del Dipartimento della Difesa. Bourne evidentemente si rivela vittima e carnefice del suo stesso caso, ma non è neanche questo ciò che sorprende.

Finalmente una donna, Pamela Landy (una grande Joan Allen) ai vertici della direzione della CIA, prima si pone il problema (“non sono stata arruolata per questo”) e poi, visto che non le rimane altro da fare, invece di competere in freddezza e spietatezza, osa sfidare il pensiero maschilista di un suo parigrado (interpretato dall’esperto David Strathairn) che le grida “non giudicare le decisioni (spesso “perfettibili”) prese sul campo, tu che stai dietro una scrivania”. In tutto ciò i vertici stanno pilatescamente a guardare mentre i due si affrontano in singolar tenzone. Pamela avrà la meglio? Giudicatelo voi guardando il film.

Si stigmatizza il non-pensiero come fonte del male: il bene è legato all'accettazione della propria identità consapevolmente vissuta. Inoltre viene ben resa l’idea del genio femminile al servizio della giustizia e la capacità della donna di vedere “oltre” quello che si vede. O lo fa lei questo, o l’uomo (e il mondo) da solo non ci arriva.


30 set 2008

Il capo ideale? L'allenatore


Il buon capo è quello che sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori riuscendo a valorizzarli

MILANO - Conflitti, contrasti, malumori. La vita in un qualsiasi ufficio non è sempre semplice. E gran parte della responsabilità è sulle spalle di chi quell’ufficio è chiamato dirigerlo. Vale a dire il capo. Un ruolo quello del capo, che, mai come oggi è messo in discussione. Dalle aziende, dai lavoratori, dalla società.

Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori (Fotopress)
Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori (Fotopress)
Venuti meno i modelli tradizionali, non esiste più un solo modo per essere capo. Ma qual è il capo ideale e cosa deve fare un capo per essere un buon capo? A queste ed altre domande risponde il libro-ricerca “Che capo vuoi?” a cura di Walter Passerini (giornalista del Sole 24 e ideatore del Corriere Lavoro, storico supplemento del Corriere della Sera) e Marco Rotondi (ingegnere e psicologo, presidente dell’Istituto europeo di neurosistemica) edito da Guerini e Associati.

LA CRISI DEL CAPO - Il libro ha un doppio volto. Da un lato ci fa capire i perché della necessità di rimettere in discussione la figura del capo, dall’altro attraverso i risultati, di un duplice indagine sul campo, qualitativa e quantitativa, ci permette di individuare che tipo di capo vuole il dipendente. Infatti la crisi del ruolo di chi è chiamato a guidare un ufficio o un’impresa nasce dal fatto che spesso il capo non sa cosa vuol dire essere un capo. Naturalmente cerca di raggiungere gli obiettivi che gli vengono richiesti, ma non viene quasi mai valutato per ciò che è riuscito a creare: un team affiatato, buone relazioni all’interno di un ufficio, un organizzazione efficiente, la capacità di far cogliere ad ognuno dei suoi collaboratori il significato del proprio lavoro. Una valutazione che invece è tanto necessaria perché ci permetterebbe di individuare quei leader in grado di trasformare non più solo le aziende, ma anche la società e il Paese in cui viviamo. Come spiega Passerini: è giunto il momento “non di creare una classe dirigente alla ricerca di alibi, che gioca con la società al puro effetto ottico del rispecchiamento. Ma una vera classe dirigente che è diversa dall’essere ‘dirigenti’. Per questo serve più autocoscienza del ruolo, più coraggio, più consapevolezza. Il Paese ha bisogno di merito e mobilità e di liberarsi dai vecchi meccanismi del potere. Servono nuove palestre della leadership. Le imprese sapranno esserlo e diventarlo?”

LE QUALITA’ DEL BUON CAPO – Ma cosa viene richiesto dai dipendenti al proprio capo per poterlo definire un buon capo? Il libro fornisce una risposta che emerge da una duplice ricerca qualitativa e quantitativa. Premesso che una relazione felice con il proprio capo è giudicata dalla grande maggioranza degli intervistati “come elemento indispensabile per lavorare al meglio” un buon capo secondo i dipendenti deve avere innanzitutto 3 qualità:
1) Avere interesse reale per i propri collaboratori, vale a dire, da un lato saper stabilire un confronto vero con chi lavora con lui, dall’altro, saper rimanere autentico.
2) Essere in grado di mandare avanti un rapporto di fiducia reciproca.
3) Essere in grado di conferire deleghe chiare ai propri collaboratori

IL CAPO IDEALE – Accanto all’indagine qualitativa emerge però anche quella quantitativa, realizzata analizzando le risposte di oltre 190.000 dipendenti contattati via web. Dall’indagine emerge che la figura ideale di capo è per il dipendente italiano medio quella di un uomo, italiano cinquantenne. Il capo inoltre a detta dei collaboratori deve avere altre importanti caratteristiche:
1) Deve agire come un coach, vale a dire saper valorizzare il potenziale dei collaboratori
2) Deve avere un atteggiamento da team player vale a dire “orientato al raggiungimento del risultato attraverso la valorizzazione delle competenze del gruppo e la delega”.
3) Deve saper supportare la ricerca di soluzioni innovative attraverso la sintesi e la sperimentazione;
4) Deve saper valorizzare le idee dei collaboratori e dare la possibilità di lavorare in autonomia;
5) Deve essere in grado di valutare i propri collaboratori gestendo il processo di feedback e misurando i risultati portati da ognuno;
6) Deve saper stimolare il miglioramento trasferendo delle certezze;
7) Deve saper gestire i collaboratori creando spirito di squadra e appianando i conflitti;
8) Deve saper valorizzare i risultati della squadra anche verso gli altri capi.

UN CAPO DIVERSO PER DIVERSE SITUAZIONI – Ma anche se le linee guida prima tratteggiate forniscono un identikit abbastanza fedele di chi è e come deve agire un buon capo, come spiega Gianni Dell’Orto, presidente di Neusearch, nell’ultimo capitolo del libro, non esiste un capo ideale per tutte le aziende e per tutte le stagioni: “Dopo aver incontrato e intervistato almeno 13.000 capi sono giunto alla conclusione che a seconda della situazione esiste un capo che funziona meglio.Quindi le diverse situazioni esigono diversi tipi di capo”.

Marco Letizia
29 settembre 2008

Università malata. La denuncia di Roberto Perotti: clientelismo e sprechi

Inchiesta L’economista della Bocconi analizza un sistema disastroso. E spiega quali sono i rimedi

La prof che non pubblicò una riga

Il bello del calcio è che, qualche volta, può accadere l’impossibile: la Corea del Nord che batte l’Italia, l’Algeria che batte la Germania, Israele che batte la Russia. Il brutto dell’università italiana è che troppo spesso accade l’impossibile. Come all’Università di Bari, dove un concorso del 2002 dichiarò idonea alla cattedra l’aspirante docente Fabrizia Lapecorella, che aveva zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga? Eppure, battendo una concorrente che aveva un dottorato alla London School of Economics, 10 pubblicazioni e 31 citazioni sulle riviste nazionali e internazionali più importanti, vinse lei. Destinata a essere promossa poco più di tre anni dopo, dal terzo governo Berlusconi, direttore del Secit per diventare col secondo governo Prodi esperto del Servizio consultivo e ispettivo tributario e infine, di nuovo con Tremonti, direttore generale delle Finanze. Una carriera formidabile. Durante la quale, stando alla banca dati centrale di tutte le biblioteche italiane, non ha trovato il tempo per scrivere una riga. Sia chiaro: magari è un genio. E forse dovremo essere grati a chi l’ha scoperta nonostante difettasse di quei lavori che all’estero sono indispensabili per diventare ordinari.

Ma resta il tema: con quali criteri vengono distribuite le cattedre nella università italiana? Roberto Perotti, PhD in Economia al Mit di Boston, dieci anni di docenza alla Columbia University di New York dove ha la cattedra a vita, professore alla Bocconi, se lo chiede in un libro ustionante che non fa sconti fin dal titolo: L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università (Einaudi). Un’analisi spietata. A partire, appunto, dal sistema di assegnazione delle cattedre. Dove i casi di persone benedette dalla nomina a «ordinario » con 12 «zero» su 12 in tutte le tabelle delle pubblicazioni e delle citazioni, a partire da quelle del «Social Science Citation Index», sono assai più frequenti di quanto si immagini, visto che Perotti ne ha scovati almeno cinque. Dove capita che il rettore di Modena Giancarlo Pellicani indica una gara vinta dal figlio Giovanni anche grazie alla scelta di non presentarsi di 26 associati su 26. Dove succede che il preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, possa vincere la solitudine avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza. Superato solo da certi colleghi baresi come i leggendari Giovanni Girone, Lanfranco Massari o Giovanni Tatarano, negli anni circondati da nugoli di figli, mogli, nipoti, generi... Il familismo è però solo una delle piaghe nelle quali il professore bocconiano (che ha l’onestà di toccare perfino il suo ateneo, rivelando che «l’ufficio relazioni esterne della Bocconi impiega circa 100 persone e ha un bilancio di 13 milioni di euro» che basterebbero ad assumere «i migliori docenti di economia degli Usa») affonda il bisturi. A parte quello che «il clientelismo e la corruzione esistono, ma sono tutto sommato circoscritti», Perotti fa a pezzi almeno altri tre miti. Uno è che «il vero problema dell’università italiana è la mancanza di fondi». Non è vero. Meglio: è vero che «le cifre assai citate della pubblicazione dell’Ocse "Education at a Glance" danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7.723 dollari per studente» appena superiore ad esempio a quella della Slovacchia o del Messico. Ma se si tiene conto che metà degli iscritti è fuori corso e si converte più correttamente «il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno», la spesa italiana per studente «diventa 16.027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia ». Quanto agli stipendi dei docenti, è verissimo che all’inizio sono pagati pochissimo, ma da quel momento un meccanismo perverso premia l’anzianità (mai il merito: l’anzianità) fino al punto che un professore con 25 anni di servizio da ordinario non solo prende quattro volte e mezzo un ricercatore neoassunto ma «può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani (...) indipendentemente dalla produzione scientifica».

Altro mito: nonostante tutto, «l’università italiana è eroicamente all’avanguardia mondiale della ricerca in molti settori».Magari! Spiega Perotti che in realtà, al di là della propaganda autoconsolatoria, fra i primi 500 atenei del mondo, secondo la classifica stilata dall’università cinese Jiao Tong di Shanghai, quelli italiani sono 20 e «la prima (la Statale di Milano) è 136ª, dietro istituzioni quali l’Università delle Hawaii a Manoa ». Certo, sia questa sia la classifica del Times (dove la prima è Bologna al 173˚posto) sono fortemente influenzate dalle dimensioni dell’ateneo. Infatti nella «hit parade» pro capite della Jiao Tong 2008 possiamo trovare al 19˚posto la Normale di Pisa. Ma a quel punto le grandi università italiane slittano ancora più indietro: la Statale milanese al 211˚,Bologna al 351˚,la Sapienza addirittura a un traumatico 401˚posto. Da incubo. Quanto al quarto mito, quello secondo cui «l’università gratuita è una irrinunciabile conquista di civiltà, perché promuove l’equità e la mobilità sociale consentendo a tutti l’accesso all’istruzione terziaria», l’economista lo smonta pezzo per pezzo. I dati Bankitalia mostrano che nel Sud (dove il fenomeno è più vistoso) dal 20% più ricco della società viene il 28% degli studenti e dal 20% più povero soltanto il 4%. Un settimo. In America, dove l’università si paga, i poveri che frequentano sono il triplo: 13%. Come mai? Perché al di là della demagogia, spiega l’autore, l’università italiana è «un Robin Hood a rovescio, in cui le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi ». Rimedi? «Basta introdurre il principio che l’investimento in capitale umano, come tutti gli investimenti, va pagato; chi non può permetterselo, beneficia di un sistema di borse di studio e prestiti finanziato esattamente da coloro che possono permetterselo». Non sarebbe difficile. Come non sarebbe difficile introdurre dei sistemi in base ai quali il rettore che «fa assumere la nuora incapace subisca su se stesso le conseguenze negative di questa azione e chi fa assumere il futuro premio Nobel benefici delle conseguenze positive». Tutte cose di buon senso. Ma che presuppongono una scelta: puntare sul merito. Accettando «che un giovane fisico di 25 anni che promette di vincere il premio Nobel venga pagato tre volte di più dell’ordinario a fine carriera che non ha mai scritto una riga». Ma quanti sono disposti davvero a giocarsela?

Gian Antonio Stella
30 settembre 2008