Visualizzazione post con etichetta Letture. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Letture. Mostra tutti i post

29 ago 2008

La sessualità secondo Giovanni Paolo II (Y. Semen, 2005)

Dottore in Filosofia, sposato, padre di sette figli, Y. Semen è direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, e docente alla Libera Facoltà di Filosofia (IPC) di Parigi. Il suo testo, scorrevole ed accessibile a tutti, è una lucida sintesi, che nasce da una penetrante analisi, della lunga catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano nel piano divino.

La teologia del corpo fu presentata dal grande Papa nelle udienze del mercoledì, dal 1979 al 1984, durante i primi anni del suo pontificato. L’autore ne narra la genesi, con riferimenti precisi agli inizi del ministero di Karol Wojtyla tra fidanzati e giovani sposi, cercando di evidenziare la portata fortemente innovativa di questo insegnamento in seno alla dottrina morale cattolica. Quest’ultima ne esce infatti completamente rinnovata e pronta ad affrontare le delicate sfide dei nostri giorni: “Sessualità e santità… Con Giovanni Paolo II, quel che appena si sarebbe osato pensare diventa un’evidenza: questa due dimensioni della vita umana e cristiana sono definitivamente associate. La sessualità è di essenza divina: non è un residuo della nostra animalità. Forse sarà quest’affermazione che fra poco diventerà la “rivoluzione wojtyliana”, una rivoluzione che sarà per la sessualità ciò che la rivoluzione copernicana fu per l’astronomia: un rovesciamento assoluto di prospettiva” (p. 199).


Dopo aver delineato la tradizionale teologia del matrimonio, per come veniva impostata già ai tempi in cui Karol Wojtyla era un giovane attore, Semen espone i limiti che si incontravano in campo pastorale nel porgere la dottrina di sempre in un modo che però, con il trascorrere del tempo, rischiava di essere sempre meno adeguato (cap I: Giovanni Paolo II: un inedito approccio alla sessualità, pp. 19-64). In questo contesto nasce e si sviluppa l’idea del giovane sacerdote, poi porporato polacco, di ripresentare in modo nuovo ed attraente la dottrina sulla sessualità umana.


Nel secondo capitolo Semen entra nel vivo della questione della sessualità cominciando con alcune considerazioni sul nostro atteggiamento riguardo la “questione” del corpo: “questione scabrosa – scrive -, dato che inevitabilmente ci fa riandare alla percezione che abbiamo del male: la spaccatura che avvertiamo in noi far le chiamate dello spirito e le pesantezze del corpo ci appare infatti come un’anomalia che non dovrebbe esistere, come una contraddizione, un male. E abbiamo il sentimento, confuso ma profondamente ancorato in noi, che la responsabilità di quest’anormale situazione vada attribuita al nostro corpo. E’ l’esperienza umana di tutti. In questa sorta di dissociazione, di spaccatura fra spirito e carne, il corpo ci appare come qualcosa di imperfetto, d’impuro, magari perfino un “errore” da cui dovremmo liberarci. (…) Insomma, molto spesso ci accade di mettere sotto accusa il corpo: il male della nostra condizione umana viene dal nostro corpo” (p. 65-66).


A questo punto il filosofo francese non si ferma ad una semplice constatazione ma, seguendo il pensiero di Giovanni Paolo II, ci suggerisce di progredire in questa analisi chiedendoci “Perché abbiamo un corpo, e perché a noi pare che questo corpo si ribelli allo spirito?” (ibid.). Infatti, afferma poco dopo, la teologia del corpo di Giovanni Paolo II “è una pedagogia che vuol farci capire il vero senso del nostro corpo”. Sul filo di questa considerazione, arricchita di profondi riferimenti ai brani dell’Antico e del Nuovo Testamento utilizzati nelle catechesi del Pontefice, l’Autore imbastisce la sua interessante e convincente trattazione riguardo il piano di Dio sulla sessualità umana (pp. 65-102).C’è da dire che lungo il suo discorso Semen fa anche importanti ed attuali riferimenti all’humus culturale di cui si nutre il modo contemporaneo di concepire la sessualità. Infatti, ci dice, quando scopriamo il sesso come essenziale componente della persona e non come un mero attributo accidentale, troviamo che “gli odierni partigiani dell’ideologia del “genere” si oppongono in modo radicale a questo modo di vedere, e fanno mostra di grande attivismo per far prevalere la loro posizione in tutti i grandi organismi (lo fecero in particolare alla conferenza del Cairo del 1994 e di Pechino del 1995), ONU compresa. Secondo il loro modo di vedere, la differenza sessuale e i rispettivi “ruoli” dell’uomo e della donna non provengono dalla natura, ma sono un prodotto delle culture, e prodotto ancora in continua evoluzione. (…) E’ un modo di vedere completamente diverso da quello che ci insegna la Genesi: qui la differenza sessuale è costitutiva della persona e la definisce in maniera essenziale. Siamo uomo o donna in tutte le dimensioni della nostra persona, perché altrimenti non potremmo essere dono. Uomo e donna, siamo della medesima umanità, ma la differenza sessuale ci identifica fin nella radice del nostro essere e ci costituisce come persona, dandoci la complementarietà necessaria per il dono di noi stessi” (pp. 87-88).


I successivi tre capitoli sono dedicati rispettivamente a: Il peccato, il desiderio e la concupiscenza (pp. 103-138), Il matrimonio, la Redenzione e la Risurrezione (pp. 139-168), ed infine La sessualità e la santità (pp. 169-198). In essi Semen analizza, nei discorsi di Giovanni Paolo II, tutti i fattori che influiscono sul significato della sessualità come dobbiamo intenderlo in pienezza. “Il peccato delle origini – dice, ad esempio – è un avvenimento fondativo, e di capitale importanza, che chiaramente delinea le frontiere tra un «prima» - il prima delle origini, della «preistoria teologica dell’uomo» - e un «dopo», il dopo dell’uomo storico, irrimediabilmente segnato dalle conseguenze di quel peccato. (…) «L’esperienza del corpo quel possiamo desumere dal testo arcaico di Genesi 2, 23, e più ancora di Genesi 2, 25, indica un grado di “spiritualizzazione” dell’uomo diverso da quello di cui parla lo stesso testo dopo il peccato originale (Genesi 3) e che noi conosciamo dall’esperienza dell’uomo “storico”. E’ una diversa misura di “spiritualizzazione”, che comporta un'altra composizione delle forze dell’uomo stesso, quasi un altro rapporto corpo-anima, altre proporzioni interne tra la sensitività, la spiritualità, l’affettività, cioè un altro grado di sensibilità interiore verso i doni dello Spirito Santo (Giovanni Paolo II, Udienza del 13 febbraio 1980, §. 2)».


Lungo queste pagine si delinea una vera e propria vocazione del corpo all’interno della quale ogni essere umano è coinvolto. Profondi e pertinenti in quest’ottica, anche i riferimenti alla vocazione al celibato (pp. 158-167), perfettamente in linea con la teologia del corpo esposta da Giovanni Paolo II: “E la vocazione del corpo resta sempre la medesima qualunque sia lo stato di vita. Può esprimersi nel matrimonio, ma s’incarna e si vive anche nel celibato voluto per il Regno dei cieli, senza che il corpo rinneghi nulla del suo significato coniugale, della sua vocazione allo sposalizio, alle nozze. Insomma, non c’è che una vocazione, cioè la vocazione al matrimonio; perché tutti siamo chiamati alle nozze, qualunque sia il nostro stato di vita. La vocazione al celibato è una forma, una modalità del matrimonio nel senso profondo della parola, perché è una modalità del dono della persona. O perlomeno è così che si deve viverlo – o accettarlo -, volendone realizzare appieno il significato umano e personale” (p. 101).


Un libro, come abbiamo detto, molto attuale, ben scritto e accessibile a tutti, che soprattutto i giovani fidanzati, i genitori di figli adolescenti e i sacerdoti troveranno molto utile per la loro formazione e l’adempimento ottimista e coerente dei compiti cui sono chiamati.


(da F. Romano, pubblicato in Studi Cattolici, n. 555, maggio 2007, pp 410-411)

9 ago 2008

M. BENASAYAG - G. SCHMIT, L’epoca delle passioni tristi



Feltrinelli, 2004.
Euro 15,00; pp.129*.

Dopo aver tracciato un panorama delle cause del disagio giovanile nei primi due capitoli, gli autori entrano nel merito del lavoro proposto ed enunciano la loro tesi. Questa si potrebbe riassumere nei seguenti termini: viviamo in un tempo pervaso da un senso di impotenza e incertezza che ci spinge a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come minaccia, alla quale bisogna rispondere “armando” i giovani.

Il termine “passioni tristi” è di B. Spinoza. I problemi dei giovani sono comunque il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. “La nostra epoca scopre le falle del progetto della modernità (rendere l’uomo capace di cambiare tutto secondo il suo volere) e resta paralizzata di fronte alla perdita dell’onnipotenza” (p. 127). Pertanto adesso, affermano Benasayag e Schmit, “gli adulti temono davvero l’avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano “armati” nei suoi confronti”(p. 43).

Così la nostra società diventa sempre più dura: ogni sapere deve essere “utile”, ogni insegnamento deve “servire a qualcosa”, non ci si può permettere il lusso di fare o imparare a fare cose che non servono. Allora gli sforzi di tutti, insegnanti, genitori, allievi, sono protesi “alla sola garanzia di sopravvivenza in questo mondo pieno di pericoli e di insicurezza, caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti” (45). Nella logica di questa selezione “naturale”, un infermiere è uno che “non era in grado di fare il medico”, perché ha perso la gara per arrivare in cima.

In questa logica, degna come giustamente fanno notare i due studiosi, più di un allevamento industriale che di una società civile, gli inni alla “differenza” e alla “diversità”, rimarranno dichiarazioni vane e illusorie, alle quali, evidentemente, non crederà nessuno finché non verrà garantito il rispetto della diversità dei percorsi individuali. E’ questo lo schema di riferimento del ragazzo che, ad un certo punto, aggredisce la sua insegnante. Per ulteriori chiarificazioni in merito riascoltare l’album dei Pink Floyd The Wall (1979) con testi a fianco.

I nostri autori non si limitano semplicemente ad un’analisi tout court - che comunque è valida e non scontata, ricca di spunti già di per sé. Per uscire da questo vicolo cieco, sostengono, si devono mettere in opera vari accorgimenti che sono possibili ed a portata di mano. In definitiva si tratta di riscoprire: la gioia del fare disinteressato, la gioia dell’utilità dell’inutile, il piacere del coltivare i propri talenti senza fini immediati. Ciò avviene in campo psichiatrico creando quella clinica del legame che va in controcorrente rispetto alle spinte dell’individualismo imperante anche in campo pedagogico-educativo. Invece, a livello meno specialistico, questa proposta porterebbe alla riscoperta dell’altro, alla gioia per il rispetto dell’altro (e non solo al pragmatico e politically correct ‘rispetto dell’altro’ che sa tanto di indifferenza, che è l’anticamera della violenza). Questa è la strada che condurrebbe giovani e società ad inquadrare l’importanza della gratuità e del dono come dimensione unica di autorealizzazione e pertanto, in definitiva, l’importanza del servizio come fine e della virtù come strumento per realizzarlo.


* F. Romano, in Fogli, n. 322 (luglio 2004), pp. 37-38.

7 lug 2008

Le 10 cose che stanno a cuore a Papa Benedetto (J. L. Allen Jr., Ancora 2008)


Esperto giornalista statunitense, vaticanista della CNN, Allen Jr. propone un libretto (45 pp.!) davvero interessante. Con uno stile un pò americano ma frutto di letture e riflessioni, riassume in 10 punti le cose che stanno a cuore a Benedetto XVI. I titoli dei vari capitoletti parlano da soli.

Lo scopo del pontificato di papa Ratzinger è quello di reintrodurre gli elementi fondamentali dell'annuncio evangelico e della tradizione cristiana nel cuore del mondo odierno, sforzandosi di mostrare la loro coerenza con le verità più profonde dell'esistenza umana. Papa Benedetto vuole condurre le donne e gli uomini di oggi a vedere quegli insegnamenti con uno sguardo rinnovato, mettendo da parte i pregiudizi e le incomprensioni che si sono accumulate nel corso dei secoli.

Importante lettura - buona e fattibile anche sotto l'ombrellone - può essere una chance per chi - lontano dalla chiesa - giudica, sotto l'influenza di media parziali e settari, Benedetto XVI un Papa reazionario.