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11 ott 2008

The Bourne Ultimatum

Terzo episodio della saga di Jason Bourne, genialmente quanto glacialmente interpretato da Matt Dillon. Non è solo un gran bel film d’azione che 'afferra' lo spettatore, sia per l’incalzare delle scene quanto per la sensatezza della trama (“regge” decisamente meglio rispetto alle eccessive peripezie della sceneggiatura di Bourne Supremacy).

Questi giudizi positivi li possiamo leggere nel 90% delle recensioni su questo film. Quello che non si è evinto abbastanza è il risvolto antropologicamente denso della sceneggiatura. Questo ne fa un bel film in senso “pieno”.

In un mondo ossessionato dalla smania di sicurezza assistiamo ad un viraggio delle procedure della CIA. Il fascicolo segretissimo che Bourne cerca infatti, era quello di una procedura sperimentale che permetteva ai servizi “tacitamente deviati” di sbrigare in quattro e quattr’otto faccende per le quali sarebbe stato lento il ricorso al parere di Washington. La burocrazia aveva “reso indispensabile” il ricorso ad altri metodi decisamente disumani per ridurre all’impotenza i nemici degli USA: è il programma Blackbriar del Dipartimento della Difesa. Bourne evidentemente si rivela vittima e carnefice del suo stesso caso, ma non è neanche questo ciò che sorprende.

Finalmente una donna, Pamela Landy (una grande Joan Allen) ai vertici della direzione della CIA, prima si pone il problema (“non sono stata arruolata per questo”) e poi, visto che non le rimane altro da fare, invece di competere in freddezza e spietatezza, osa sfidare il pensiero maschilista di un suo parigrado (interpretato dall’esperto David Strathairn) che le grida “non giudicare le decisioni (spesso “perfettibili”) prese sul campo, tu che stai dietro una scrivania”. In tutto ciò i vertici stanno pilatescamente a guardare mentre i due si affrontano in singolar tenzone. Pamela avrà la meglio? Giudicatelo voi guardando il film.

Si stigmatizza il non-pensiero come fonte del male: il bene è legato all'accettazione della propria identità consapevolmente vissuta. Inoltre viene ben resa l’idea del genio femminile al servizio della giustizia e la capacità della donna di vedere “oltre” quello che si vede. O lo fa lei questo, o l’uomo (e il mondo) da solo non ci arriva.


27 set 2008

Il diavolo veste Prada

di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci – commedia – USA- 2006 – 109’
Moda: don't give in without a fight.
Giovane ragazza di provincia diventa collaboratrice di uno dei più importanti magazine del mondo della moda, ma dovrà fare i conti con la dispotica direttrice. Azzeccata ironia/ridimensionamento delle dinamiche insite nel mondo della moda. Sei fuori dal mondo e repellente perchè "... tu mangi carboidrati...!".

Aspetti negativi: si rischia di demonizzare un atteggiamento tutto sommato "neutro". Che male fa la giovane segretaria ad andare a Parigi al posto della più anziana collega che rimane a casa ammalata? Se l'avesse fatto apposta sarebbe concorrenza sleale e arrivismo, ma così... Inoltre se tutte le brave ragazze ne restassero fuori chi è che darebbe un tocco di umanità allo stressantissimo, fintissimo, anoressissimo mondo della moda? Certo, ci vuole carattere per restarci in sella senza subirne le lusinghe...ma vale la pena: la posta in gioco (e non solo gli stipendi...la moda è cultura) è altissima. E allora, volete dirmi che non c'è nessuno che ce la può fare?

Valori positivi: l’autenticità e l’importanza dell’essere sé stessi come chiave della felicità.

P.S.: grande Meryl Streep.

12 ago 2008

La guerra di Charlie Wilson

Regia: Mike Nichols Sceneggiatura: Aaron Sorkin Anno: 2007
Durata: 97'
Data uscita in Italia: 08 febbraio 2008
Genere: biografico,drammatico

Attori:
Joanne Herring
Julia RobertsGust Avrakotos Philip Seymour HoffmanCharlie Wilson Tom HanksBonnie Amy Adams

Trama. Tratto dal bestseller di George Crile. Charlie Wilson è un deputato del Texas nell'America degli anni Ottanta. Joanne Herring è una delle donne più ricche e potenti d'America, fortemente anticomunista. Chiede l'aiuto di Charlie per assicurare ai Mujahideen afghani armi e denaro nella guerra contro la Russia. Collabora con Charlie l'agente della CIA Gust Avrakotos.

Comment. L’aspetto etico è un po’ confuso. E’ l’altra faccia del cinema americano: quello del deputato americano che reagisce al sopore che ingessa i suoi colleghi, diventa un grande eroe e per questo gli si perdona di essere stato un po’ inciucione e doppiogiochista. Come a dire, dietro ogni sbruffone ci può essere un vero uomo (solo che se andiamo alle percentuali di quante volte questo avvenga… vediamo che la virtù richiede esercizio e una certa costanza nella lotta per essere coerenti: comunque ci sono tanti virtuosi estemporanei, d’accordo).

Tutto sommato però è un’America che fa autocritica e una volta tanto, senza cadere nel nostrano piagnucoliamo-autolesionista, in questo ci imita un po’.
Anche quì brevi scene volgarotte fanno scadere il tono divertente, anche se mai avvincente, del film.

American Gangster

Regia: Ridley Scott Sceneggiatura: Steven Zaillian Anno: 2007. Nazione: Stati Uniti d'America. Durata: 160'. Data uscita in Italia: 18 gennaio 2008. Genere: drammatico

Durante la guerra in Vietnam lo spacciatore Frank Lucas importa eroina negli Stati Uniti dalla Thailandia. Sulle sue tracce si mette il Detective Richie Roberts.

Superba interpretazione di due dei migliori attori del momento. Si rivede il grande Russel Crowe di The Insider e Beautifull Mind ed un Denzel Washington che sta migliorando a vista d’occhio le sue già ottime performance e forse non si era mai visto così in forma. La sceneggiatura regge ed il fatto che sia tratto dalla vera storia di Frank Lucas e che la regia sia di Ridley Scott (Blade Runner, Il Gladiatore, Un’ottima annata, etc.) rende il tutto più intricante.

Valori: si comprende come i cattivi in fondo fanno una vita da cani e lo sono perché il più delle volte hanno avuto grossi problemi; il crimine non paga; essere sempre onesti è difficile ma alla fine lo sforzo per esserlo è il vero contributo che ognuno può dare per una società migliore; non ci si può lavare la coscienza travestendosi da giustizieri se in casa propria si bistratta chi si dovrebbe amare.
Non è poco. E il tutto gran ben recitato e senza moralismi.

Purtroppo un paio di scene di cruda violenza e altre di nudo gratuito dovrebbero precluderne la visione ai minori.

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo




Un film di Steven Spielberg. Con Harrison Ford, Karen Allen, Cate Blanchett.
Genere
Avventura. Durata: 125 minuti. - Produzione USA 2008

(Brani di una recensione tratta da Mymovies.it)


Indiana Jones (per gli amici Indy) è tornato. Diciannove anni dopo Indiana Jones e l'ultima crociata l'eroe con frusta e Fedora creato da Lucas e Spielberg ricomincia la sua attività di archeologo in corsa.Gli anni sono passati per lui come per gli spettatori e quindi lo ritroviamo nel 1957 nel bel mezzo di un deserto del Sudovest degli Usa mentre la Guerra Fredda domina la scena politica con il terrore del conflitto nucleare e al cinema fanno la loro comparsa gli 'esseri venuti dallo spazio'.
(…)
Si nutrivano molte attese e al contempo molti timori per questo quarto episodio della saga troppe volte annunciato e troppe volte rinviato. L'avanzare dell'età del protagonista Harrison Ford non favoriva lieti auspici anche perché l'ironia sugli anni che aumentano si era già spesa con il personaggio del padre di Indy interpretato da Sean Connery nel film del 1989.
(…)I dubbi si possono considerare fugati. Chi non amava quello che considerava il versante adolescenziale e 'da luna park' di Spielberg continuerà a guardare con il sopracciglio sollevato le imprese dell'archeologo più famoso del cinema. Gli altri troveranno intatto lo spirito del personaggio e dei caratteri che lo accompagnano, semmai con il surplus di azioni e di eventi spettacolari che la tecnologia digitale oggi consente.

Die Hard - Vivere o morire

Regia di Len Wiseman. Con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Cliff Curtis. Genere Azione, colore 130 minuti. - Produzione USA, Gran Bretagna 2007. –
Nulla di meglio riesco a dire oltre questa recensione di mymovies.it:

Quando un gruppo di cyber-terroristi stacca la spina degli U.S.A., gettando l'intero paese nel panico, le autorità federali e l'esercito brancolano letteralmente nel buio. Il veterano John McClane, ancora una volta nel posto sbagliato al momento sbagliato, si troverà così a dover affrontare una minaccia globale da parte dei propri storici nemici giurati: terroristi e tecnologia.

L'agente di polizia più coriaceo in circolazione, avvalendosi in questa occasione dell'aiuto di un giovane pirata informatico, può aver perso il pelo ma non il vizio di prendere di petto le situazioni, e conosce sempre e solo un modo di raddrizzare le cose: di prepotenza. Nell'era dei sequel anacronistici, quella per intenderci in cui Rocky Balboa delude e Rambo 4 è sulla buona strada, la notizia è che Die Hard - Vivere o Morire soddisfa le aspettative. Bruce Willis torna a impersonare l'eroe che gli ha regalato la notorietà, John McClane, e lo fa da maestro, fondendosi completamente con il personaggio in un contesto attento e coerentemente sbruffone: niente più trappole di cristallo o aeroporti, sulla scia di Die Hard 3 gli spazi si aprono definitivamente per regalare al personaggio una libertà di movimento tale da renderlo completo.
Lasciando da parte ovvie quanto tediose letture relative ai tempi che corrono e varie interpretazioni più o meno interessanti, è sicuramente più pertinente sottolineare che sotto la regia dell'aitante Len Wiseman l'azione fa ancora una volta la voce grossa, e lo fa in modo spavaldo. Prendendosi libertà che corrono il rischio di ridimensionare le imprese passate del protagonista, si danza sul filo dell'eccesso per quanto riguarda la verosimiglianza di alcune sequenze e di conseguenza dell'intera vicenda, ma a conti fatti stiamo parlando di John McClane, l'ultimo vero cowboy: non resta quindi che andare al cinema, perché di questo si parla, e godersi lo spettacolo. In definitiva, per rispondere ai fanatici del paragone, seppur non in grado di coinvolgere quanto i capitoli precedenti, né di bissarne l'impatto, il quarto episodio della saga è tosto al punto da giustificare appieno la propria esistenza.

I diari della motocicletta


Regia: Walter Salles. Con Gael García Bernal, Mercedes Morán, Jean Pierre Noher, Mia Maestro, Rodrigo De la Serna. Genere Avventura. Durata: 126 minuti. - Produzione Argentina, Brasile, Cile, Perù, USA (2004).

E’ la vera storia, basata sugli appunti di un viaggio che due ragazzi, laureando in medicina uno, l’altro giovane biochimico, il 4 gennaio del 1952 partendo da Buenos Aires decidono di intraprendere. Con tenda, sacco a pelo, una vecchia motocicletta Norton 500 del ’39 ed uno spirito d’avventura da fare invidia ai più audaci teen-ager dei giorni nostri, i due decidono di intraprendere il loro viaggio senza una meta se non quella di esplorare tutto il continente Sudamericano che sino ad allora avevano conosciuto solo attraverso i libri. I due grandi amici si chiamavano Ernesto Guevara de la Serna ed Alberto Granado.

Il viaggio, che si sviluppa attraverso affascinanti paesaggi, ritrae divertenti aneddoti e significativi incontri che segneranno la vita del futuro, ma ancora inconsapevole, Che Guevara.

Non si spiega, direbbe il Conrad de La linea d’ombra, come si concatenino quegli eventi che portano alcuni uomini a vedere che in un certo momento è una ed una sola la cosa da fare. E’ un percorso di cui non si acquista consapevolezza se non alla fine. Nel frattempo si è come portati, sballottolati, come una barchetta dalle onde, fino al momento in cui, senza essere ancora giunti, anzi essendo appena partiti, in fondo si vede, si crede, che si sta seguendo un disegno più ampio.

Durante il viaggio è avvenuto qualcosa che mi ha cambiato profondamente. Qualcosa a cui dovrò pensare molto. Io non sono più io – scriverà l’ancora puro e sincero Ernesto al termine di quell’epopea durata 6 mesi. Per lo meno non si tratta dello stesso io interiore. Nel mondo c’è molta ingiustizia. Grande sensibilità mista all’incapacità di comprendere che non è la violenza che cancella l’ingiustizia. Ma questa è la storia successiva del Che.
Bravi Robert Redford, produttore esecutivo, e Gianni Minà, supervisore artistico. Bella la musica. Film da gustare con lo stato d’animo adatto da una parte ed un bicchiere di buon vino rosso dall’altra.