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19 feb 2012

Tra voi però non è così...


Il Papa continua imperterrito ad insistere su questo tema.

La ragion di stato, la "prudenza" (che è quella della carne e non dello spirito come avverte san Paolo), sono tutte maschere della PAURA, generata dalla mancanza di Fede nel Figlio di Dio, N. S. Gesù Cristo. Queste maschere fanno in modo che persone dotte, intelligenti, smart, conoscitrici del mondo e del Vangelo...abbiano stili di governo pavidi e tiepidi e non sappiano prendere quelle decisioni generose e audacemente pazze che i Figli di Dio sono invece chiamati a prendere.


Celentano ha visto bene. Moltissimi Vescovi lo sanno e lo hanno capito ed apprezzato.

Gesù è morto ucciso dalla sua gente, dalla sua chiesa, da una chiesa autoreferenziale governata da "sepolcri imbiancati" pieni di ossa secche di morti da tempo...

E' la Fede viva e vera che serve nella Chiesa... Lo Spirito Santo sta lavorando nell'ombra ad una nuova primavera della Chiesa; cadranno rami secchi e il vento gelido dell'inverno soffierà forte scuotendo alberi centenari ma secchi.
Ma il sole della primavera di Vita tornerà a splendere.
Benedetto; colui che viene nel nome del Signore, ne è un umile ma straordinario strumento.

AI NUOVI CARDINALI: SERVIZIO A DIO, ALLA CHIESA E AI FRATELLI
Città del Vaticano 18 febbraio 2012 (VIS). Questa mattina alle 10:30, il Santo Padre ha tenuto nella Basilica Vaticana il Concistoro ordinario pubblico per la creazione di 22 nuovi Cardinali. Il Concistoro di oggi è il quarto del Pontificato di Benedetto XVI.
Dopo la preghiera iniziale e la proclamazione del Vangelo, il Santo Padre ha tenuto la sua allocuzione della quale riportiamo ampi estratti:
«Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam». Con queste parole il canto d’ingresso ci ha introdotto nel solenne e suggestivo rito del Concistoro (...) Sono le parole efficaci con le quali Gesù ha costituito Pietro quale saldo fondamento della Chiesa. Di tale fondamento la fede rappresenta il fattore qualificativo: infatti Simone diventa Pietro – roccia – in quanto ha professato la sua fede in Gesù Messia e Figlio di Dio".
"Le parole rivolte da Gesù a Pietro mettono bene in risalto il carattere ecclesiale dell’odierno evento. I nuovi Cardinali, infatti, tramite l’assegnazione del titolo di una chiesa di questa Città o di una Diocesi suburbicaria, vengono inseriti a tutti gli effetti nella Chiesa di Roma guidata dal Successore di Pietro, per cooperare strettamente con lui nel governo della Chiesa universale. (...) In questo delicato compito sarà loro di esempio e di aiuto la testimonianza di fede resa con la vita e con la morte dal Principe degli Apostoli, il quale, per amore di Cristo, ha donato tutto se stesso fino all’estremo sacrificio".
"E’ con questo significato che è da intendere anche l’imposizione della berretta rossa. Ai nuovi Cardinali è affidato il servizio dell’amore: amore per Dio, amore per la sua Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione assoluta e incondizionata, fino all’effusione del sangue, se necessario, come recita la formula di imposizione della berretta e come indica il colore rosso degli abiti indossati. A loro, inoltre, è chiesto di servire la Chiesa con amore e vigore, con la limpidezza e la sapienza dei maestri, con l’energia e la fortezza dei pastori, con la fedeltà e il coraggio dei martiri. Si tratta di essere eminenti servitori della Chiesa che trova in Pietro il visibile fondamento dell’unità".
"Nel brano evangelico poc’anzi proclamato, Gesù si presenta come servo, offrendosi quale modello da imitare e da seguire. (...) Il servizio a Dio e ai fratelli, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano e che non è invece lo stile mondano del potere e della gloria".
L'episodio del Vangelo di oggi, nel quale Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di sedere nella sua gloria uno a sua destra e uno alla sua sinistra (Mc 10,37), "dà modo a Gesù di rivolgersi a tutti i discepoli e «chiamarli a sé», quasi per stringerli a sé, a formare come un corpo unico e indivisibile con Lui e indicare qual è la strada per giungere alla vera gloria, quella di Dio: 'Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti'". (Mc 10,42-44)
"Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo. Non c’è alcun dubbio sulla strada scelta da Gesù: Egli non si limita a indicarla con le parole ai discepoli di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne. Spiega infatti: «Anche il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti» (v. 45). Queste parole illuminano con singolare intensità l’odierno Concistoro pubblico. Esse risuonano nel profondo dell’anima e rappresentano un invito e un richiamo, una consegna e un incoraggiamento specialmente per voi, cari e venerati Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio".
"Secondo la tradizione biblica, il Figlio dell’uomo è colui che riceve il potere e il dominio da Dio. Gesù interpreta la sua missione sulla terra sovrapponendo alla figura del Figlio dell’uomo quella del Servo sofferente, descritto da Isaia. (...) Il suo servizio si attua nella fedeltà totale e nella responsabilità piena verso gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta diventa il prezzo di liberazione per molti, diventa l’inizio e il fondamento della redenzione di ciascun uomo e dell’intero genere umano".
"Cari Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio! Il dono totale di sé offerto da Cristo sulla croce sia per voi principio, stimolo e forza per una fede che opera nella carità. La vostra missione nella Chiesa e nel mondo sia sempre e solo «in Cristo», risponda alla sua logica e non a quella del mondo, sia illuminata dalla fede e animata dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore. Sull’anello che tra poco vi consegnerò, sono raffigurati i santi Pietro e Paolo, con al centro una stella che evoca la Madonna. Portando questo anello, voi siete richiamati quotidianamente a ricordare la testimonianza che i due Apostoli hanno dato a Cristo fino alla morte per martirio qui a Roma, fecondando così la Chiesa con il loro sangue. Mentre il richiamo alla Vergine Maria, sarà sempre per voi un invito a seguire colei che fu salda nella fede e umile serva del Signore".
"Cari fratelli e sorelle, pregate perché nei nuovi cardinali possa rispecchiarsi al vivo il nostro unico Pastore e Maestro, il Signore Gesù, fonte di ogni sapienza, che indica la strada a tutti. E pregate anche per me, affinché possa sempre offrire al Popolo di Dio la testimonianza della dottrina sicura e reggere con mite fermezza il timone della santa Chiesa".
Al termine dell'omelia il Papa ha letto la formula di creazione dei nuovi cardinali, annunciando l'Ordine presbiterale o diaconale a loro assegnato. I nuovi cardinali hanno recitato il credo e il giuramento di fedeltà e obbedienza al Pontefice e ai suoi successori. Quindi il Papa ha imposto la Berretta cardinalizia, ha consegnato l'anello, ed ha assegnato a ciascuno una chiesa di Roma, quale segno di partecipazione alla sollecitudine pastorale del Santo Padre nell'Urbe.
Concluso il rito, il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Cardinale Angelo Amato, ha introdotto il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione dei beati Jacques Berthieu, sacerdote professo della Compagnia di Gesù, martire; Pedro Calungsod, catechista laico, martire; Giovanni Battista Piamarta, sacerdote e fondatore della Congregazione della Santa Famiglia di Nazareth e della Congregazione delle Suore Umili Serve del Signore; Maria del Monte Carmelo, fondatrice delle suore dell'Immacolata Concezione Missionarie dell'Insegnamento; Marianne Cope, religiosa della Congregazione
delle Suore del Terzo Ordine Francescano di Syracuse (New York); Katherine Tekakwitha, laica, e Anna Schäffer, laica. Il Santo Padrevha decretato che siano iscritti nell'Albo dei Santi domenica 21 ottobre 2012. Il Concistoro si è concluso con la Benedizione Apostolica.

11 dic 2008

Le vere parole dell'Osservatore della Santa Sede all'ONU sui gay (articolo di A. Tornielli)

02.12.2008 - Roma - L’ennesima tempesta in un bicchier d’acqua ha fatto passare ieri il Vaticano come un regime autoritario e fondamentalista che vuole la criminalizzazione dell’omosessualità. A scatenarla, con parole peraltro inequivocabili che non si prestano ad ambigue interpretazioni, è stata l’intervista che l’agenzia cattolica francese I.Media ha fatto all’arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa sede presso le Nazioni Unite, nella quale il diplomatico vaticano ha preso le distanze dal progetto di dichiarazione che la Francia, a nome dell’Unione europea, ha intenzione di presentare all’Onu per chiedere il pari trattamento di ogni orientamento sessuale e, fra l’altro, la depenalizzazione dell’omosessualità nei Paesi di tutto il mondo. «Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale», ha risposto monsignor Migliore, citando il Catechismo della Chiesa cattolica «che dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». «Ma qui - ha aggiunto - la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».

Queste parole sono state prese a pretesto per far credere che la Santa sede sia favorevole alla galera se non addirittura alla pena di morte per le persone omosessuali, come previsto in alcuni Paesi fondamentalisti. Le cose, ovviamente, non stanno affatto così. In Segreteria di Stato c’è preoccupazione per il progetto della Francia: la depenalizzazione, infatti, «non è l’oggetto del documento» spiegano Oltretevere. La dichiarazione «non cerca tanto di combattere la discriminazione dell’orientamento sessuale quanto di promuovere ogni orientamento sessuale e a questo fine di creare una nuova categoria di discriminazione, senza definirla, in modo da applicarla a tutti i diritti umani». Si vuole dunque, dicono Oltretevere «rileggere tutta le legislazione sui diritti umani alla luce dell’orientamento sessuale, introducendo nuove categorie protette e grazie a questa dichiarazione garantire a qualunque orientamento sessuale un trattamento identico a quello riservato alle persone eterosessuali, ad esempio in materia di matrimonio e di possibilità di adottare bambini». Insomma, un progetto che si propone ben altro rispetto alla depenalizzione e che cerca di far passare un principio al quale si possano poi riferire gli organismi di controllo delle Nazioni Unite, senza che questo sia in realtà mai stato discusso e approvato in aula. «Sulla base di quella nuova categoria di discriminazione - spiegano in Vaticano - si potrà cercare di restringere altri diritti e libertà, come quello alla libertà di espressione e di libertà religiosa».
Senza contare che si parla sempre di «orientamento sessuale» senza mai aver definito l’espressione, che in pratica potrebbe essere applicata anche ad altri orientamenti. Non bisogna infatti dimenticare che in Olanda esiste ufficialmente un partito dei pedofili. Il Vaticano teme che questa dichiarazione, che di per sé non è un documento consensuale dell’Onu, possa rappresentare l’inizio di un processo che miri a esercitare pressioni nei confronti di quegli Stati che non ammettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso perché questo divieto rappresenterebbe una lesione dei diritti umani sulla base dell’orientamento sessuale. Già da tempo alcuni esperti hanno lanciato un allarme sulla possibilità che in sede europea e internazionale, grazie al lavoro di gruppi di pressione ben organizzati, siano fatte passare norme in grado di condizionare poi la sovranità dei singoli Paesi.



(A. Tornielli, Il Giornale, 2.12.2008)

30 set 2008

Il capo ideale? L'allenatore


Il buon capo è quello che sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori riuscendo a valorizzarli

MILANO - Conflitti, contrasti, malumori. La vita in un qualsiasi ufficio non è sempre semplice. E gran parte della responsabilità è sulle spalle di chi quell’ufficio è chiamato dirigerlo. Vale a dire il capo. Un ruolo quello del capo, che, mai come oggi è messo in discussione. Dalle aziende, dai lavoratori, dalla società.

Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori (Fotopress)
Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori (Fotopress)
Venuti meno i modelli tradizionali, non esiste più un solo modo per essere capo. Ma qual è il capo ideale e cosa deve fare un capo per essere un buon capo? A queste ed altre domande risponde il libro-ricerca “Che capo vuoi?” a cura di Walter Passerini (giornalista del Sole 24 e ideatore del Corriere Lavoro, storico supplemento del Corriere della Sera) e Marco Rotondi (ingegnere e psicologo, presidente dell’Istituto europeo di neurosistemica) edito da Guerini e Associati.

LA CRISI DEL CAPO - Il libro ha un doppio volto. Da un lato ci fa capire i perché della necessità di rimettere in discussione la figura del capo, dall’altro attraverso i risultati, di un duplice indagine sul campo, qualitativa e quantitativa, ci permette di individuare che tipo di capo vuole il dipendente. Infatti la crisi del ruolo di chi è chiamato a guidare un ufficio o un’impresa nasce dal fatto che spesso il capo non sa cosa vuol dire essere un capo. Naturalmente cerca di raggiungere gli obiettivi che gli vengono richiesti, ma non viene quasi mai valutato per ciò che è riuscito a creare: un team affiatato, buone relazioni all’interno di un ufficio, un organizzazione efficiente, la capacità di far cogliere ad ognuno dei suoi collaboratori il significato del proprio lavoro. Una valutazione che invece è tanto necessaria perché ci permetterebbe di individuare quei leader in grado di trasformare non più solo le aziende, ma anche la società e il Paese in cui viviamo. Come spiega Passerini: è giunto il momento “non di creare una classe dirigente alla ricerca di alibi, che gioca con la società al puro effetto ottico del rispecchiamento. Ma una vera classe dirigente che è diversa dall’essere ‘dirigenti’. Per questo serve più autocoscienza del ruolo, più coraggio, più consapevolezza. Il Paese ha bisogno di merito e mobilità e di liberarsi dai vecchi meccanismi del potere. Servono nuove palestre della leadership. Le imprese sapranno esserlo e diventarlo?”

LE QUALITA’ DEL BUON CAPO – Ma cosa viene richiesto dai dipendenti al proprio capo per poterlo definire un buon capo? Il libro fornisce una risposta che emerge da una duplice ricerca qualitativa e quantitativa. Premesso che una relazione felice con il proprio capo è giudicata dalla grande maggioranza degli intervistati “come elemento indispensabile per lavorare al meglio” un buon capo secondo i dipendenti deve avere innanzitutto 3 qualità:
1) Avere interesse reale per i propri collaboratori, vale a dire, da un lato saper stabilire un confronto vero con chi lavora con lui, dall’altro, saper rimanere autentico.
2) Essere in grado di mandare avanti un rapporto di fiducia reciproca.
3) Essere in grado di conferire deleghe chiare ai propri collaboratori

IL CAPO IDEALE – Accanto all’indagine qualitativa emerge però anche quella quantitativa, realizzata analizzando le risposte di oltre 190.000 dipendenti contattati via web. Dall’indagine emerge che la figura ideale di capo è per il dipendente italiano medio quella di un uomo, italiano cinquantenne. Il capo inoltre a detta dei collaboratori deve avere altre importanti caratteristiche:
1) Deve agire come un coach, vale a dire saper valorizzare il potenziale dei collaboratori
2) Deve avere un atteggiamento da team player vale a dire “orientato al raggiungimento del risultato attraverso la valorizzazione delle competenze del gruppo e la delega”.
3) Deve saper supportare la ricerca di soluzioni innovative attraverso la sintesi e la sperimentazione;
4) Deve saper valorizzare le idee dei collaboratori e dare la possibilità di lavorare in autonomia;
5) Deve essere in grado di valutare i propri collaboratori gestendo il processo di feedback e misurando i risultati portati da ognuno;
6) Deve saper stimolare il miglioramento trasferendo delle certezze;
7) Deve saper gestire i collaboratori creando spirito di squadra e appianando i conflitti;
8) Deve saper valorizzare i risultati della squadra anche verso gli altri capi.

UN CAPO DIVERSO PER DIVERSE SITUAZIONI – Ma anche se le linee guida prima tratteggiate forniscono un identikit abbastanza fedele di chi è e come deve agire un buon capo, come spiega Gianni Dell’Orto, presidente di Neusearch, nell’ultimo capitolo del libro, non esiste un capo ideale per tutte le aziende e per tutte le stagioni: “Dopo aver incontrato e intervistato almeno 13.000 capi sono giunto alla conclusione che a seconda della situazione esiste un capo che funziona meglio.Quindi le diverse situazioni esigono diversi tipi di capo”.

Marco Letizia
29 settembre 2008

Università malata. La denuncia di Roberto Perotti: clientelismo e sprechi

Inchiesta L’economista della Bocconi analizza un sistema disastroso. E spiega quali sono i rimedi

La prof che non pubblicò una riga

Il bello del calcio è che, qualche volta, può accadere l’impossibile: la Corea del Nord che batte l’Italia, l’Algeria che batte la Germania, Israele che batte la Russia. Il brutto dell’università italiana è che troppo spesso accade l’impossibile. Come all’Università di Bari, dove un concorso del 2002 dichiarò idonea alla cattedra l’aspirante docente Fabrizia Lapecorella, che aveva zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga? Eppure, battendo una concorrente che aveva un dottorato alla London School of Economics, 10 pubblicazioni e 31 citazioni sulle riviste nazionali e internazionali più importanti, vinse lei. Destinata a essere promossa poco più di tre anni dopo, dal terzo governo Berlusconi, direttore del Secit per diventare col secondo governo Prodi esperto del Servizio consultivo e ispettivo tributario e infine, di nuovo con Tremonti, direttore generale delle Finanze. Una carriera formidabile. Durante la quale, stando alla banca dati centrale di tutte le biblioteche italiane, non ha trovato il tempo per scrivere una riga. Sia chiaro: magari è un genio. E forse dovremo essere grati a chi l’ha scoperta nonostante difettasse di quei lavori che all’estero sono indispensabili per diventare ordinari.

Ma resta il tema: con quali criteri vengono distribuite le cattedre nella università italiana? Roberto Perotti, PhD in Economia al Mit di Boston, dieci anni di docenza alla Columbia University di New York dove ha la cattedra a vita, professore alla Bocconi, se lo chiede in un libro ustionante che non fa sconti fin dal titolo: L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università (Einaudi). Un’analisi spietata. A partire, appunto, dal sistema di assegnazione delle cattedre. Dove i casi di persone benedette dalla nomina a «ordinario » con 12 «zero» su 12 in tutte le tabelle delle pubblicazioni e delle citazioni, a partire da quelle del «Social Science Citation Index», sono assai più frequenti di quanto si immagini, visto che Perotti ne ha scovati almeno cinque. Dove capita che il rettore di Modena Giancarlo Pellicani indica una gara vinta dal figlio Giovanni anche grazie alla scelta di non presentarsi di 26 associati su 26. Dove succede che il preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, possa vincere la solitudine avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza. Superato solo da certi colleghi baresi come i leggendari Giovanni Girone, Lanfranco Massari o Giovanni Tatarano, negli anni circondati da nugoli di figli, mogli, nipoti, generi... Il familismo è però solo una delle piaghe nelle quali il professore bocconiano (che ha l’onestà di toccare perfino il suo ateneo, rivelando che «l’ufficio relazioni esterne della Bocconi impiega circa 100 persone e ha un bilancio di 13 milioni di euro» che basterebbero ad assumere «i migliori docenti di economia degli Usa») affonda il bisturi. A parte quello che «il clientelismo e la corruzione esistono, ma sono tutto sommato circoscritti», Perotti fa a pezzi almeno altri tre miti. Uno è che «il vero problema dell’università italiana è la mancanza di fondi». Non è vero. Meglio: è vero che «le cifre assai citate della pubblicazione dell’Ocse "Education at a Glance" danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7.723 dollari per studente» appena superiore ad esempio a quella della Slovacchia o del Messico. Ma se si tiene conto che metà degli iscritti è fuori corso e si converte più correttamente «il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno», la spesa italiana per studente «diventa 16.027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia ». Quanto agli stipendi dei docenti, è verissimo che all’inizio sono pagati pochissimo, ma da quel momento un meccanismo perverso premia l’anzianità (mai il merito: l’anzianità) fino al punto che un professore con 25 anni di servizio da ordinario non solo prende quattro volte e mezzo un ricercatore neoassunto ma «può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani (...) indipendentemente dalla produzione scientifica».

Altro mito: nonostante tutto, «l’università italiana è eroicamente all’avanguardia mondiale della ricerca in molti settori».Magari! Spiega Perotti che in realtà, al di là della propaganda autoconsolatoria, fra i primi 500 atenei del mondo, secondo la classifica stilata dall’università cinese Jiao Tong di Shanghai, quelli italiani sono 20 e «la prima (la Statale di Milano) è 136ª, dietro istituzioni quali l’Università delle Hawaii a Manoa ». Certo, sia questa sia la classifica del Times (dove la prima è Bologna al 173˚posto) sono fortemente influenzate dalle dimensioni dell’ateneo. Infatti nella «hit parade» pro capite della Jiao Tong 2008 possiamo trovare al 19˚posto la Normale di Pisa. Ma a quel punto le grandi università italiane slittano ancora più indietro: la Statale milanese al 211˚,Bologna al 351˚,la Sapienza addirittura a un traumatico 401˚posto. Da incubo. Quanto al quarto mito, quello secondo cui «l’università gratuita è una irrinunciabile conquista di civiltà, perché promuove l’equità e la mobilità sociale consentendo a tutti l’accesso all’istruzione terziaria», l’economista lo smonta pezzo per pezzo. I dati Bankitalia mostrano che nel Sud (dove il fenomeno è più vistoso) dal 20% più ricco della società viene il 28% degli studenti e dal 20% più povero soltanto il 4%. Un settimo. In America, dove l’università si paga, i poveri che frequentano sono il triplo: 13%. Come mai? Perché al di là della demagogia, spiega l’autore, l’università italiana è «un Robin Hood a rovescio, in cui le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi ». Rimedi? «Basta introdurre il principio che l’investimento in capitale umano, come tutti gli investimenti, va pagato; chi non può permetterselo, beneficia di un sistema di borse di studio e prestiti finanziato esattamente da coloro che possono permetterselo». Non sarebbe difficile. Come non sarebbe difficile introdurre dei sistemi in base ai quali il rettore che «fa assumere la nuora incapace subisca su se stesso le conseguenze negative di questa azione e chi fa assumere il futuro premio Nobel benefici delle conseguenze positive». Tutte cose di buon senso. Ma che presuppongono una scelta: puntare sul merito. Accettando «che un giovane fisico di 25 anni che promette di vincere il premio Nobel venga pagato tre volte di più dell’ordinario a fine carriera che non ha mai scritto una riga». Ma quanti sono disposti davvero a giocarsela?

Gian Antonio Stella
30 settembre 2008

Inaugurazione dell'anno scolastico al Quirinale

Napolitano: «Nella scuola serve un rinnovamento coraggioso»

Il Capo dello Stato: «Non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell'esistente. Inevitabili tagli della spesa»

Giorgio Napolitano (Ansa)
Giorgio Napolitano (Ansa)
ROMA - Giorgio Napolitano, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell'anno scolastico, che si è svolta al Quirinale ha detto che «per avere un'Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore». Le condizioni del nostro sistema scolastico- ha aggiunto Napolitano- richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: «non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell'esistente. Nel campo della scuola non si tratta di ripartire da zero ogni volta che con le elezioni cambia il quadro politico».
CONTENIMENTO DELLA SPESA -
Il presidente della Repubblica ha richiamato tutti al senso di responsabilità per «ridurre a zero nei prossimi anni il deficit pubblico, per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato. Nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo ed esso comporta, inutile negarlo, un contenimento della spesa per la scuola».

CONFRONTO IN PARLAMENTO - Per migliorare la scuola, sempre secondo Napolitano «è necessario partire con uno sforzo di maggiore serenità, nel confronto tra maggioranza e opposizione in Parlamento, e tra Governo e parti sociali, dai problemi che nessuno può negare». Per il capo dello Stato inoltre è necessario «che si discutano con spirito aperto tutte le diverse soluzioni che ciascuna parte ha il diritto di proporre e ha il dovere di prospettare in termini positivi e coerenti». Per questo Napolitano ha auspicato che «compiano tutti uno sforzo per evitare contrapposizioni pericolose, mostrino tutti senso della misura e realismo nell'affrontare anche questioni più spinose».

CITTADINANZA E COSTITUZIONE - Il Presidente della Repubblica ha anche detto di cosiderare «importante e positiva la decisione annunciata dal ministro Gelmini di avviare nel primo e secondo ciclo di istruzione la sperimentazione di una nuova disciplina dedicata ai temi "cittadinanza e costituzione. Mi auguro- ha concluso il capo dello Stato- che si consolidi una concreta e impegnativa scelta in questo senso».

27 set 2008

19 set 2008

CRISTIANI E MUSULMANI INSIEME PER DIGNITÀ DELLA FAMIGLIA

CITTA' DEL VATICANO, 19 SET. 2008 (VIS). Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha reso pubblico oggi il Messaggio annuale per la fine del Ramadan “Id al-fitr 1429 E. / 2008 A.D.), sul tema: “Cristiani e musulmani: Insieme per la dignità della famiglia”. Il Documento reca la firma del Cardinale Jean-Louis Tauran e dell’Arcivescovo Pier Luigi Celata, rispettivamente Presidente e Segretario del Dicastero.

Di seguito sono riportati estratti del Messaggio, pubblicato in lingua inglese, francese, italiana e araba.

“Cari Amici musulmani (...). Durante questo mese, cristiani vicini a voi hanno condiviso le vostre riflessioni e le vostre celebrazioni familiari; il dialogo e l’amicizia si sono rafforzati. Dio ne sia lodato!”.

“Ma, come per il passato, questo amichevole appuntamento ci offre anche l’occasione di riflettere insieme su un tema di attualità capace di arricchire i nostri scambi e di aiutarci a conoscerci meglio, con i nostri valori comuni e le nostre differenze. Per quest’anno, noi abbiamo pensato di proporvi il tema della famiglia”.

“Uno dei documenti del Concilio Vaticano II ‘Gaudium et Spes’, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, afferma: ‘La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamene connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i cristiani, assieme a quanti hanno alta stima di questa stessa comunità, si rallegrano sinceramente dei vari sussidi grazie ai quali gli uomini di oggi progrediscono nel favorire questa comunità di amore e nel rispetto della vita”.

“Queste parole ci ricordano opportunamente che lo sviluppo della persona e della società dipende in gran parte dalla prosperità della comunità coniugale e familiare! Quanti sono coloro che portano, qualche volta, per tutta la vita, il peso delle ferite di una situazione familiare difficile o drammatica? (...) Cristiani e musulmani, noi possiamo e noi dobbiamo operare congiuntamente alla salvaguardia della dignità della famiglia, oggi e domani”.

“In questo campo, noi abbiamo avuto spesso l’occasione di collaborare, sia a livello locale che internazionale, poiché entrambi cristiani e musulmani hanno un’alta considerazione della famiglia. La famiglia, luogo dove l’amore e la vita, il rispetto per l’altro e l’ospitalità si incontrano e si trasmettono, è certamente la ‘cellula fondamentale della società’”.

“Cristiani e musulmani, non devono esitare ad impegnarsi, non solamente per venire in aiuto alle famiglie in difficoltà ma anche per collaborare con tutti coloro che hanno a cuore il favorire la stabilità dell’istituzione familiare e l’esercizio della responsabilità parentale, in particolare nel campo dell’educazione. Non è superfluo ricordare qui che la famiglia è la prima scuola dove si apprende il rispetto dell’altro, nella sua identità e nella sua differenza. Il dialogo interreligioso e l’esercizio della cittadinanza non possono dunque che beneficiarne”.

OP/MESSAGGIO RAMADAN/TAURAN:CELATA VIS 080919 (450)

1 set 2008

Stress da rientro

Senso di stordimento, calo dell'attenzione, mal di testa, digestione difficile, raffreddore, mal di gola, tosse e dolori muscolari possono essere manifestazioni del cosiddetto stress da rientro, o meglio, di quello stato di tristezza post-vacanza.
La ragione del repentino mutamento del nostro umore è, il più delle volte, il rapido cambiamento delle abitudini: se durante le vacanze siamo stati rilassati e occupati in attività che non comportano particolari obblighi, il ritorno a casa e al lavoro rappresenta la ripresa dei ritmi di tutti i giorni e delle responsabilità della vita quotidiana.

Questi cambiamenti, soprattutto se avvengono in maniera brusca, possono causare una perturbazione nei delicati equilibri dell’organismo. Il corpo necessita di qualche tempo per "acclimatarsi" e abituarsi alle nuove condizioni di vita e, durante questo periodo, soffre. Da qui, l’impressione del sentirsi giù, distratti, poco efficienti, con la testa tra le nuvole.

Queste sensazioni, che comunque spariscono in un po' di tempo, possono essere ridotte e contenute con qualche attenzione. È importante, per prima cosa, prepararsi in anticipo e in modo progressivo al cambiamento e programmare qualche giorno di riposo prima della data effettiva del rientro. In questo modo potremo arrivare alla fine della vacanza pieni di energie.
Attenzione anche a riprendere la vita quotidiana in modo graduale non facendosi prendere dal panico dalla mole di lavoro che, probabilmente si è accumulata durante la nostra assenza. Almeno nella prima settimana è meglio puntare su piccoli obiettivi davvero essenziali e lasciare per un secondo momento i progetti di lavoro più complessi e ambiziosi.

Una curiosità: il nome dello stress post-vacanza, in inglese, è Post-Vacation Blues, da "blue" che significa anche tristezza, depressione. A questo significato si riallaccia anche il nome dello stile musicale blues, originariamente canto di tristezza, dolore e angoscia quotidiana, diffuso tra le comunità nere americane in schiavitù.

29 ago 2008

Italiani, bocciati in Inglese

Dal sito on line del Corriere della Sera 29.8.2008

Sei su dieci non sono in grado di sostenere una conversazione E il 30% degli studenti ha un debito in questa materia

Sudori freddi, crisi di panico, balbettii inconsulti. Sostenere una conversazione in una lingua straniera è ancora una missione impossibile per sei italiani su dieci. Un dato sconfortante in un mondo ormai globalizzato che ci pone al terzultimo posto tra i Paesi dell’Unione Europea. Dietro di noi, secondo l’ultima ricerca condotta da Eurobarometro, ci sono solo irlandesi e britannici. E la situazione non migliora con il passar del tempo. Anzi. Se si confrontano i dati del 2001 con quelli del 2006 si scopre che gli italiani in grado di sostenere una conversazione in una lingua straniera sono passati dal 46% al 41%, a fronte di una media Ue del 50%, che sale a oltre il 90% per molte nazioni del Nordeuropa. Anche l’indagine condotta dal Censis per il progetto Let it Fly («Learning education and training in the foreign languages in Italy») indica che gli italiani le lingue le studiano (il 66,2%) ma non le parlano. Il 50,1%, infatti, confessa di averne una conoscenza solo «scolastica», il 23,9% la definisce «buona» e solo il 7,1% «molto buona». «Il quadro è veramente triste — dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis —perché conoscere l’inglese a livello scolastico significa non poterlo parlare. Purtroppo in Italia le lingue non le sappiamo insegnare, abbiamo una scuola tutta incentrata sui contenuti. Invece bisognerebbe cercare di trasmettere un metodo».

Se a questo si aggiunge lo scivolone del Ministero della Pubblica istruzione che all’ultima maturità ha presentato una traccia per la prova di inglese piena di errori da matita blu, il dubbio che la scarsa conoscenza delle lingue in Italia non sia dovuta alla pigrizia dei suoi cittadini diventa quasi una certezza. Qualcosa non funziona nel percorso didattico. «C’è scarsa connessione tra i vari cicli della scuola — spiega Ruggero Druetta, ricercatore all’Università di Torino nella facoltà di Economia —. La mancanza di continuità e la disomogeneità portano a ricominciare sempre da zero». Il risultato è che 13 anni di studi, dalla scuola primaria a quella superiore, non permettono di padroneggiare una lingua. Lo confermano gli ultimi dati forniti dal Ministero guidato da Mariastella Gelmini: dopo la matematica, l’inglese è la nostra seconda bestia nera. Nel 2008 sono stati il 30,6% gli alunni che hanno chiuso l’anno con un debito in questa materia. A mettere i puntini sulle «i», lo scorso marzo, è stata la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Lingue e letterature straniere che ha parlato di una vera e propria emergenza: «In Italia si ritiene — si legge in un comunicato — che la competenza comunicativa internazionale si possa esaurire con una rudimentale o mediocre conoscenza di un inglese basilare per di più sovente lontano da scorrevolezza e pronuncia accettabili».

Il nostro Paese, tra l’altro, ha largamente disatteso le indicazioni della Comunità europea che, dalla Convenzione di Lisbona del 1997, chiede agli Stati membri di promuovere il plurilinguismo, ovvero l’insegnamento di almeno due lingue comunitarie oltre quella madre. Noi, invece, puntiamo (e male) solo sull’inglese tanto che, nel 2005, l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti ha stabilito che tutta la quota oraria destinata all’insegnamento delle lingue straniere nella scuola secondaria potesse essere dedicata interamente alla lingua di Shakespeare.

«In realtà—spiega Silvia Diegoli dell’associazione per l’insegnamento della lingua francese (Anilf)—dalla primaria fino alla superiore, se lei scorre qualsiasi indirizzo, gli studenti studiano una e una sola lingua straniera. Non ci si rende conto che questa è una carta che gioca a sfavore dei nostri ragazzi rispetto a quelli degli altri Paesi». I problemi cominciano sin dalle elementari. «Nelle scuole primarie — dice ancora Diegoli — l’insegnamento avviene in modo estemporaneo e lacunoso. Prima c’erano i maestri specializzati che facevano un corso abilitante, ora tanti si sono messi a insegnare la lingua pur avendo competenze approssimative ».

La sessualità secondo Giovanni Paolo II (Y. Semen, 2005)

Dottore in Filosofia, sposato, padre di sette figli, Y. Semen è direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, e docente alla Libera Facoltà di Filosofia (IPC) di Parigi. Il suo testo, scorrevole ed accessibile a tutti, è una lucida sintesi, che nasce da una penetrante analisi, della lunga catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano nel piano divino.

La teologia del corpo fu presentata dal grande Papa nelle udienze del mercoledì, dal 1979 al 1984, durante i primi anni del suo pontificato. L’autore ne narra la genesi, con riferimenti precisi agli inizi del ministero di Karol Wojtyla tra fidanzati e giovani sposi, cercando di evidenziare la portata fortemente innovativa di questo insegnamento in seno alla dottrina morale cattolica. Quest’ultima ne esce infatti completamente rinnovata e pronta ad affrontare le delicate sfide dei nostri giorni: “Sessualità e santità… Con Giovanni Paolo II, quel che appena si sarebbe osato pensare diventa un’evidenza: questa due dimensioni della vita umana e cristiana sono definitivamente associate. La sessualità è di essenza divina: non è un residuo della nostra animalità. Forse sarà quest’affermazione che fra poco diventerà la “rivoluzione wojtyliana”, una rivoluzione che sarà per la sessualità ciò che la rivoluzione copernicana fu per l’astronomia: un rovesciamento assoluto di prospettiva” (p. 199).


Dopo aver delineato la tradizionale teologia del matrimonio, per come veniva impostata già ai tempi in cui Karol Wojtyla era un giovane attore, Semen espone i limiti che si incontravano in campo pastorale nel porgere la dottrina di sempre in un modo che però, con il trascorrere del tempo, rischiava di essere sempre meno adeguato (cap I: Giovanni Paolo II: un inedito approccio alla sessualità, pp. 19-64). In questo contesto nasce e si sviluppa l’idea del giovane sacerdote, poi porporato polacco, di ripresentare in modo nuovo ed attraente la dottrina sulla sessualità umana.


Nel secondo capitolo Semen entra nel vivo della questione della sessualità cominciando con alcune considerazioni sul nostro atteggiamento riguardo la “questione” del corpo: “questione scabrosa – scrive -, dato che inevitabilmente ci fa riandare alla percezione che abbiamo del male: la spaccatura che avvertiamo in noi far le chiamate dello spirito e le pesantezze del corpo ci appare infatti come un’anomalia che non dovrebbe esistere, come una contraddizione, un male. E abbiamo il sentimento, confuso ma profondamente ancorato in noi, che la responsabilità di quest’anormale situazione vada attribuita al nostro corpo. E’ l’esperienza umana di tutti. In questa sorta di dissociazione, di spaccatura fra spirito e carne, il corpo ci appare come qualcosa di imperfetto, d’impuro, magari perfino un “errore” da cui dovremmo liberarci. (…) Insomma, molto spesso ci accade di mettere sotto accusa il corpo: il male della nostra condizione umana viene dal nostro corpo” (p. 65-66).


A questo punto il filosofo francese non si ferma ad una semplice constatazione ma, seguendo il pensiero di Giovanni Paolo II, ci suggerisce di progredire in questa analisi chiedendoci “Perché abbiamo un corpo, e perché a noi pare che questo corpo si ribelli allo spirito?” (ibid.). Infatti, afferma poco dopo, la teologia del corpo di Giovanni Paolo II “è una pedagogia che vuol farci capire il vero senso del nostro corpo”. Sul filo di questa considerazione, arricchita di profondi riferimenti ai brani dell’Antico e del Nuovo Testamento utilizzati nelle catechesi del Pontefice, l’Autore imbastisce la sua interessante e convincente trattazione riguardo il piano di Dio sulla sessualità umana (pp. 65-102).C’è da dire che lungo il suo discorso Semen fa anche importanti ed attuali riferimenti all’humus culturale di cui si nutre il modo contemporaneo di concepire la sessualità. Infatti, ci dice, quando scopriamo il sesso come essenziale componente della persona e non come un mero attributo accidentale, troviamo che “gli odierni partigiani dell’ideologia del “genere” si oppongono in modo radicale a questo modo di vedere, e fanno mostra di grande attivismo per far prevalere la loro posizione in tutti i grandi organismi (lo fecero in particolare alla conferenza del Cairo del 1994 e di Pechino del 1995), ONU compresa. Secondo il loro modo di vedere, la differenza sessuale e i rispettivi “ruoli” dell’uomo e della donna non provengono dalla natura, ma sono un prodotto delle culture, e prodotto ancora in continua evoluzione. (…) E’ un modo di vedere completamente diverso da quello che ci insegna la Genesi: qui la differenza sessuale è costitutiva della persona e la definisce in maniera essenziale. Siamo uomo o donna in tutte le dimensioni della nostra persona, perché altrimenti non potremmo essere dono. Uomo e donna, siamo della medesima umanità, ma la differenza sessuale ci identifica fin nella radice del nostro essere e ci costituisce come persona, dandoci la complementarietà necessaria per il dono di noi stessi” (pp. 87-88).


I successivi tre capitoli sono dedicati rispettivamente a: Il peccato, il desiderio e la concupiscenza (pp. 103-138), Il matrimonio, la Redenzione e la Risurrezione (pp. 139-168), ed infine La sessualità e la santità (pp. 169-198). In essi Semen analizza, nei discorsi di Giovanni Paolo II, tutti i fattori che influiscono sul significato della sessualità come dobbiamo intenderlo in pienezza. “Il peccato delle origini – dice, ad esempio – è un avvenimento fondativo, e di capitale importanza, che chiaramente delinea le frontiere tra un «prima» - il prima delle origini, della «preistoria teologica dell’uomo» - e un «dopo», il dopo dell’uomo storico, irrimediabilmente segnato dalle conseguenze di quel peccato. (…) «L’esperienza del corpo quel possiamo desumere dal testo arcaico di Genesi 2, 23, e più ancora di Genesi 2, 25, indica un grado di “spiritualizzazione” dell’uomo diverso da quello di cui parla lo stesso testo dopo il peccato originale (Genesi 3) e che noi conosciamo dall’esperienza dell’uomo “storico”. E’ una diversa misura di “spiritualizzazione”, che comporta un'altra composizione delle forze dell’uomo stesso, quasi un altro rapporto corpo-anima, altre proporzioni interne tra la sensitività, la spiritualità, l’affettività, cioè un altro grado di sensibilità interiore verso i doni dello Spirito Santo (Giovanni Paolo II, Udienza del 13 febbraio 1980, §. 2)».


Lungo queste pagine si delinea una vera e propria vocazione del corpo all’interno della quale ogni essere umano è coinvolto. Profondi e pertinenti in quest’ottica, anche i riferimenti alla vocazione al celibato (pp. 158-167), perfettamente in linea con la teologia del corpo esposta da Giovanni Paolo II: “E la vocazione del corpo resta sempre la medesima qualunque sia lo stato di vita. Può esprimersi nel matrimonio, ma s’incarna e si vive anche nel celibato voluto per il Regno dei cieli, senza che il corpo rinneghi nulla del suo significato coniugale, della sua vocazione allo sposalizio, alle nozze. Insomma, non c’è che una vocazione, cioè la vocazione al matrimonio; perché tutti siamo chiamati alle nozze, qualunque sia il nostro stato di vita. La vocazione al celibato è una forma, una modalità del matrimonio nel senso profondo della parola, perché è una modalità del dono della persona. O perlomeno è così che si deve viverlo – o accettarlo -, volendone realizzare appieno il significato umano e personale” (p. 101).


Un libro, come abbiamo detto, molto attuale, ben scritto e accessibile a tutti, che soprattutto i giovani fidanzati, i genitori di figli adolescenti e i sacerdoti troveranno molto utile per la loro formazione e l’adempimento ottimista e coerente dei compiti cui sono chiamati.


(da F. Romano, pubblicato in Studi Cattolici, n. 555, maggio 2007, pp 410-411)

9 ago 2008

M. BENASAYAG - G. SCHMIT, L’epoca delle passioni tristi



Feltrinelli, 2004.
Euro 15,00; pp.129*.

Dopo aver tracciato un panorama delle cause del disagio giovanile nei primi due capitoli, gli autori entrano nel merito del lavoro proposto ed enunciano la loro tesi. Questa si potrebbe riassumere nei seguenti termini: viviamo in un tempo pervaso da un senso di impotenza e incertezza che ci spinge a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come minaccia, alla quale bisogna rispondere “armando” i giovani.

Il termine “passioni tristi” è di B. Spinoza. I problemi dei giovani sono comunque il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. “La nostra epoca scopre le falle del progetto della modernità (rendere l’uomo capace di cambiare tutto secondo il suo volere) e resta paralizzata di fronte alla perdita dell’onnipotenza” (p. 127). Pertanto adesso, affermano Benasayag e Schmit, “gli adulti temono davvero l’avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano “armati” nei suoi confronti”(p. 43).

Così la nostra società diventa sempre più dura: ogni sapere deve essere “utile”, ogni insegnamento deve “servire a qualcosa”, non ci si può permettere il lusso di fare o imparare a fare cose che non servono. Allora gli sforzi di tutti, insegnanti, genitori, allievi, sono protesi “alla sola garanzia di sopravvivenza in questo mondo pieno di pericoli e di insicurezza, caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti” (45). Nella logica di questa selezione “naturale”, un infermiere è uno che “non era in grado di fare il medico”, perché ha perso la gara per arrivare in cima.

In questa logica, degna come giustamente fanno notare i due studiosi, più di un allevamento industriale che di una società civile, gli inni alla “differenza” e alla “diversità”, rimarranno dichiarazioni vane e illusorie, alle quali, evidentemente, non crederà nessuno finché non verrà garantito il rispetto della diversità dei percorsi individuali. E’ questo lo schema di riferimento del ragazzo che, ad un certo punto, aggredisce la sua insegnante. Per ulteriori chiarificazioni in merito riascoltare l’album dei Pink Floyd The Wall (1979) con testi a fianco.

I nostri autori non si limitano semplicemente ad un’analisi tout court - che comunque è valida e non scontata, ricca di spunti già di per sé. Per uscire da questo vicolo cieco, sostengono, si devono mettere in opera vari accorgimenti che sono possibili ed a portata di mano. In definitiva si tratta di riscoprire: la gioia del fare disinteressato, la gioia dell’utilità dell’inutile, il piacere del coltivare i propri talenti senza fini immediati. Ciò avviene in campo psichiatrico creando quella clinica del legame che va in controcorrente rispetto alle spinte dell’individualismo imperante anche in campo pedagogico-educativo. Invece, a livello meno specialistico, questa proposta porterebbe alla riscoperta dell’altro, alla gioia per il rispetto dell’altro (e non solo al pragmatico e politically correct ‘rispetto dell’altro’ che sa tanto di indifferenza, che è l’anticamera della violenza). Questa è la strada che condurrebbe giovani e società ad inquadrare l’importanza della gratuità e del dono come dimensione unica di autorealizzazione e pertanto, in definitiva, l’importanza del servizio come fine e della virtù come strumento per realizzarlo.


* F. Romano, in Fogli, n. 322 (luglio 2004), pp. 37-38.

28 mag 2008

EDUCAZIONE, ETICA, FAMIGLIA & SCUOLA

tratto da: www.famigliaescuola.it/

Oggi è frequente incontrare persone (genitori, alunni, insegnanti…) che, guardando all’azione della scuola, intendono la conoscenza in senso prevalentemente estensivo. Ritengono cioè che l’importante sia conoscere “molte cose”.

Non mancano però gli assertori di una prospettiva che privilegi invece “la lettura di poche cose, ma veramente essenziali”.
Il consiglio che qui ci sentiamo di offrire è quello di rifuggire la frenesia dell’informazione. Di rivalutare l’aspetto “qualitativo” della conoscenza, puntando ad approfondire ciò che le cose sono.

Risulta logico quindi che la persona, più che informata e resa capace di svolgere un’attività utilitaristica, vada educata. Non si tratta di addomesticare o addestrare l’alunno, limitandosi a riempirlo di dati. Bensì di aiutarlo a sviluppare solide virtù intellettuali e morali, finalizzate al bene. E questo, appellandosi alla sua intelligenza e alla sua libertà.

In questa prospettiva, è auspicabile che il docente miri a risvegliare nei propri alunni un autentico interesse per ciò che è buono, evitando che si polarizzino eccessivamente su conoscenze di tipo tecnico, la cui utilità è facilmente percepita quando si punta ad una buona resa economica del proprio lavoro.

L’alunno dovrebbe comprendere che quanto sta facendo è molto di più che ottenere un titolo di studio che lo abiliterà a svolgere una funzione nell’ingranaggio sociale. Egli sta cercando di acquisire la maturità umana. A questo scopo anche le scienze settoriali sono utili, perché sono al servizio della sapienza, che è al servizio del bene.

Il docente dovrebbe aiutare l’alunno (e i genitori) a evitare certi equivoci oggi molto frequenti:
- confondere il concetto di verità con quello di certezza;
- intendere il bene come sinonimo di piacere;
- vedere la libertà come una forma di irresponsabilità;
- intendere il valore (ciò che è buono in sé e per sé) come utilità.

Premesso dunque che la missione essenziale degli insegnanti è l’educazione, come aiuto allo sviluppo armonioso della persona nella sua integrità, occorre sottolineare che però il luogo primordiale di tale educazione è la famiglia.
Nella famiglia, che precede lo Stato e le altre forme di organizzazione sociale, i primi educatori sono i genitori (e, in via derivata, i fratelli e le sorelle). La natura dota i genitori della qualità più importante per educare: l’amore. Un amore che deve diventare anche riflessivo, volontario, libero.

L’amore verso l’altro in quanto altro è la fonte di ogni azione educativa. E’ difficile accettare di essere educati da chi non ci vuole bene. Così come la natura dota i genitori di questa naturale autorità, dota i figli della corrispondente docilità spontanea.
Intendendo per amore un atto di libertà, una scelta generosa grazie alla quale si vuole il bene dell’altro, si può dire che anche i docenti – se hanno una reale vocazione educativa – posseggono una sorta di amore spontaneo verso i propri alunni, un amore che , anche qui, deve diventare pienamente etico.
Un grave ostacolo alla legittima educazione della persona è costituito da un’irresponsabile abdicazione dei genitori al loro diritto-dovere educativo. Ciò può verificarsi per ignoranza, per mancanza di preparazione (da vari punti di vista), per egoismo, per pressioni esterne (un lavoro troppo assorbente, uno Stato invadente ecc.).

Nei rapporti con la scuola, i genitori non hanno il compito di aiutare i docenti a portarla avanti, ma sono i docenti che devono aiutare i genitori a portare avanti la famiglia in quell’aspetto essenziale dei loro doveri che è l’educazione dei figli. La scuola e i docenti, quindi, si trovano a entrare in una sfera familiare, perché la famiglia è l’ambito naturale in cui la missione educativa deve primariamente compiersi. In qualche modo, sotto questo aspetto, la scuola è un’estensione della famiglia. Questa comunque non deve, né ha la competenza per farlo, interferire arbitrariamente con il funzionamento della scuola, anche se questa adempie una funzione sussidiaria per loro incarico.

Per la sua peculiare funzione, la scuola non è un’impresa che presta determinati servizi (educazione dei figli) in cambio di certi benefici economici.
Ciascuno degli alunni è una persona, (che va rispettata in quanto tale, qualunque sia la sua situazione di salute, di cultura, di censo). Ciascuno dei docenti è una persona, che aiuta i genitori a compiere rettamente il loro dovere di educare i figli. Tra genitori, docenti e alunni si crea una relazione personale, di solidarietà, di comunione e di cordiale collaborazione. Queste sono condizioni necessarie per un efficace lavoro educativo.

(Cfr. Carlos Cardona, Etica del lavoro educativo, Ed. Ares, Milano 1991)

24 mag 2008

FAMIGLIA E GENERAZIONI/2: i giovani e gli anziani

tratto dalla Relazione di Alessandro Rosina alla Conferenza Nazionale della Famiglia di Firenze, 24-26 maggio 2007

(da http://www.documentazione.info/article.php?idsez=12&id=402)

Instabilità, salari bassi e affitti onerosi.

Gli ultra 65enni nel 2040 saranno oltre il 30%.I giovani tardano ad uscire dalla casa dei genitori Un altro aspetto particolare della situazione italiana è la tarda uscita dei giovani dalla casa dei genitori. Gli italiani fanno pochi figli, ma i figli rimangono figli più a lungo. Nei paesi scandinavi la maggioranza dei giovani esce dalla casa dei genitori poco dopo il raggiungimento della maggiore età. In gran parte d’Europa, all’età di 25 anni sono già la minoranza quelli che non hanno ancora conquistato una propria autonomia. Nel nostro paese, invece, oramai la norma è rimanere a vivere con i genitori fin oltre i 30 anni. Il paese con la quota più bassa di giovani che vivono in coppia Strettamente collegata alla lunga permanenza dei giovani nella famiglia di origine è la bassa quota di giovani che “hanno messo su casa”. L’Italia è, all’interno dell’UE15, il paese con la quota più bassa di giovani che vivono in coppia. Poco più di dieci anni fa nella fascia d’età 25-35 erano oltre la metà le donne in coppia con figli, ora sono a malapena una su tre. Per gli uomini si è passati da un terzo ad un quinto. La tardiva età di conquista di una propria autonomia e di inizio formazione di una propria famiglia riducono i margini di realizzazione dei desideri riproduttivi, e formano un quadro coerente con la persistente bassa fecondità.

Fattori culturali

Anche le cause delle lunga permanenza dei giovani italiani nella famiglia di origine rimandano ad un complesso mix di aspetti culturali da un lato e di fattori strutturali ed economici dall’altro. Come abbiamo già avuto modo di dire, il rapporto tra genitori e figli ha una natura diversa nell’Europa mediterranea rispetto agli altri paesi occidentali. Si dà, in particolare, molta più importanza alla solidarietà tra membri della stessa famiglia, in tutte le fasi della vita. Non solo si rimane quindi più a lungo a vivere con i genitori, ma una volta usciti, più che altrove si tende a stabilire la propria dimora in prossimità della famiglia di origine, mantenendo un intenso e continuativo flusso di contatti e di mutuo sostegno. Come vari studi hanno messo in evidenza, i legami familiari intergenerazionali tendono invece ad essere più deboli nell’Europa nord- occidentale. Il welfare affidato alla solidarietà familiareQuesta differenza è importante, perché è strettamente connessa sia al fatto che la società italiana è maggiormente centrata sulla famiglia che sull’individuo, sia al sistema di welfare, maggiormente sviluppato ed incentrato sui diritti e le esigenze dell’individuo nel Nord Europa, ed invece affidato soprattutto alla solidarietà familiare in Italia. (…)

Fattori economici

Ma oltre agli aspetti culturali e alle carenze del welfare pubblico, esistono anche importanti fattori di ordine strutturale ed economico che incidono negativamente sulla possibilità dei giovani italiani di conquistare, in età precoce, una propria autonomia. Alcuni di tali aspetti sono inoltre peggiorati sensibilmente nel tempo. Va considerato, ad esempio, che negli altri paesi occidentali, molti giovani iniziano a sperimentare una propria indipendenza già durante gli studi universitari, andando a vivere nei campus dei grandi Atenei. La distribuzione capillare delle università sul territorio italiano consente invece a molti studenti di frequentare i corsi rimanendo a vivere con i genitori(5).

Bassa occupazione

Legata alla lunga permanenza nella famiglia di origine è anche la bassa occupazione dei giovani italiani. Nella fascia tra i 25 ed i 30 anni hanno un lavoro tre persone su quattro negli altri grandi paesi europei, mentre ci si ferma a poco più dei due terzi in Italia. La differenza tra occupazione giovanile ed adulta è una delle più alte del mondo occidentale. Per chi poi un lavoro ce l’ha, i salari risultano mediamente più bassi rispetto ai coetanei inglesi, tedeschi, francesi, ed anche spagnoli. Alcuni studi di ricercatori della Banca d’Italia mostrano come in un quadro generale di moderazioni salariale, le retribuzioni medie nette mensili si sono maggiormente ridotte negli ultimi quindici anni soprattutto per i giovani lavoratori. E ciò vale per tutti i livelli di istruzione e a parità di composizione settoriale. Sistema di protezione sociale carente, affitti onerosiIl mercato del lavoro richiede anche sempre di più la disponibilità di spostarsi sul territorio per cogliere le migliori opportunità occupazionali. Ciò significa spesso allontanarsi dalla famiglia di origine ed iniziare quindi una vita autonoma. Rispetto però ad altri paesi, il sistema di protezione sociale è meno generoso (si è meno aiutati nelle fasi “scoperte” di passaggio da un lavoro all’altro), il mercato è meno dinamico (quindi meno facile trovare un nuovo lavoro), gli affitti relativamente più onerosi.

La perdita di fiducia nel futuro

In sintesi, chi è entrato nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni si è trovato di fronte ad un aumento dell’instabilità occupazionale, ad una maggiore necessità di mobilità sul territorio, ad una diminuzione relativa dei salari di ingresso, e ad un aumento del costo degli affitti. In questa situazione sono molti i giovani che dopo un periodo di lavoro ed autonomia fanno marcia indietro e tornano a vivere con i genitori. Si tratta di una condizione che crea frustrazione, senso di impotenza, e perdita di fiducia nella possibilità di costruire un proprio futuro. Se i nuovi tipi di contratto, inseriti con le recenti riforme del mercato del lavoro, hanno aumentato le possibilità di occupazione, in assenza di adeguati “ammortizzatori sociali” hanno anche allungato i tempi per il raggiungimento di una stabilizzazione che consenta di progettare un proprio futuro e formare una propria famiglia.

I numeri della permanenza a casa dei genitori

E’ del resto coerente con un aumento negli ultimi anni del peso dei fattori economici sull’ulteriore posticipazione dell’uscita dai giovani della casa dai genitori, il superamento storico del Sud rispetto al Nord del paese. Da sempre a rimanere più a lungo a vivere nella famiglia di origine erano soprattutto i giovani dell’Italia settentrionale. Negli ultimi anni si è prodotta invece, da questo punto di vista, un’inversione epocale. Ancora nel 1998, secondo i dati raccolti dall’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali”, a 30-34 anni vivevano ancora con i genitori il 33% dei giovani uomini del Nord ed il 31% del Mezzogiorno (per le donne rispettivamente il 17,5% ed il 15%). Cinque anni dopo (indagine a fine 2003) la situazione appare rovesciata: vive con i genitori il 36% dei maschi al Nord ed il 43% al Sud (per le donne rispettivamente 20% e 24%). Welfare inadeguato = minore disponibilità al rischioE’ stato detto che “protetti dal welfare si può osare di più”. La minore protezione sociale di cui godono i giovani fa percepire come più elevati, a parità di altre condizioni, i rischi di uscita nell’area mediterranea. Ciò significa anche che in molti casi si rinuncia ad un lavoro instabile, preferendo attendere opportunità (quantomeno un po’) migliori rimanendo disoccupati nella famiglia di origine. La mancanza di adeguati ammortizzatori sociali contribuisce quindi a rendere meno dinamico il mercato e relativamente bassa l’occupazione, e penalizza quindi nel complesso lo sviluppo economico e sociale del paese. Va infine anche segnalato come un modello di welfare, come quello italiano, che affida quasi esclusivamente alla famiglia di origine i compiti di aiuto ai giovani in difficoltà si riveli essere fortemente iniquo. Sono infatti svantaggiati i giovani che provengono da famiglie con status socio- culturale più basso e minori risorse economiche.

Si investe poco sui giovani, aumentano gli anziani

Ma se l’Italia è un paese che finora ha scarsamente investito sui giovani (e quindi anche sul proprio futuro), tutto ciò potrebbe ulteriormente peggiorare nei prossimi anni. Il crescente invecchiamento è destinato ad assorbire risorse (per previdenza e salute pubblica) all’interno di una spesa sociale già eccessivamente sbilanciata a favore delle generazioni più anziane, e quindi a comprimere le possibilità di investimento e protezione dai rischi verso le più giovani. Una classe dirigente anzianaAd aggravare ulteriormente il quadro è il fatto che la classe dirigente italiana, specialmente quella politica (ma non solo, si pensi ad esempio anche ai docenti universitari), è già attualmente connotata da un’età media particolarmente elevata. L’invecchiamento rischia di accentuare questo aspetto (e quindi i rischi di gerontocrazia). L’elettorato giovanile è del resto destinato ad avere un peso sempre meno rilevante nei prossimi decenni, e quindi l’agenda politica ad essere maggiormente sensibile alle istanze e necessità del crescente elettorato anziano. Tutto ciò solleva la questione di come potrà evolversi il sistema di rischi ed opportunità dei giovani in una società di anziani (nei prossimi 20 anni gli over 50 diventeranno maggioritari), del tutto inedita nella storia dell’umanità. Gli over 65 stanno per superare gli under 35 Ciò impone una riflessione sui meccanismi di rappresentanza politica e di ricambio generazionale in uno scenario nel quale i rapporti di forza tra le generazioni sono destinati a mutare profondamente. In particolare, il nostro paese sarà quello che per primo sperimenterà il sorpasso della fascia di elettorato più anziana (65 ed oltre) su quella più giovane (under 35). Evento che si sta producendo proprio in questi anni. Il divario tra tali due fasce di età è inoltre destinato nei prossimi decenni ad accentuarsi ancor più che altrove. Se attualmente la situazione è ancora di sostanziale equilibrio, entro il 2020 l’elettorato under 35 si troverà con oltre tre milioni di unità in meno rispetto a quello di 65 anni e più. Se si abbassasse a 16 anni il diritto al voto, la differenza - sempre in corrispondenza del 2020 - rimarrebbe comunque sopra i due milioni, compensando quindi solo parzialmente il divario. Se poi ci si sposta più avanti nel tempo lo squilibrio generazionale diventa imponente: se oggi il voto dei giovani ha lo stesso peso di quello degli anziani, da qui al 2045 il peso dei primi si ridurrà ad essere la metà di quello dei secondi. L’impatto delle dinamiche demografiche sarà tale che anche l’aver abbassato a 16 anni l’età al voto produrrà un’incidenza molto modesta sul divario complessivo. I dati implacabili del processo di invecchiamento in atto fanno ben capire come la scelta di far scendere a 16 anni l’età degli elettori possa avere un effetto apprezzabile solo nel breve periodo. Dato però che le elezioni sempre più spesso si vincono per pochi voti, la decisione di dare più peso all’elettorato più giovane costringerebbe forse la politica a svecchiarsi e a dedicare maggiore attenzione alle nuove generazioni. L’aumento degli anziani e la denatalitàStoricamente la quota di anziani sul totale della popolazione è sempre stata molto bassa (inferiore al 5%). Il continuo miglioramento delle condizioni di salute ha fatto notevolmente aumentare la quota di persone che sopravvivono fino all’età anziana e la durata di permanenza in tale fase della vita. Nel nostro paese l’invecchiamento della popolazione è però ulteriormente accentuato dalla persistente bassa natalità, che riduce il peso delle più giovani generazioni. Più anziani quindi, sia in senso assoluto che in senso relativo. Attualmente in Italia è over 65 una persona su cinque. Tale valore continuerà ad aumentare nei prossimi decenni fino ad arrivare al livello di uno su tre(6). Aumenteranno ancora di più gli over 80 non autosufficientiUna crescita straordinaria, mai sperimentata nella storia passata da popolazioni di entità comparabile. Ma all’interno di una popolazione che invecchia, aumenteranno ancor di più i grandi vecchi. Gli over 80, attorno ai 2,5 milioni al censimento del 2001, sono destinati a triplicarsi entro il 2050 (ovvero 5 milioni in più).

Per quanto possano continuare a migliorare le condizioni di salute, una parte comunque molto rilevante dei 5 milioni di ultra80enni in più non sarà in condizione di autosufficienza. In base ad alcune stime il numero di anziani “disabili” è destinato almeno a raddoppiare, su una popolazione italiana totale che invece diminuirà (secondo le più recenti previsioni Istat). A occuparsi degli anziani sono soprattutto le famiglie Come abbiamo già visto per le famiglie con figli e per i giovani, anche gli aspetti di criticità che riguardano la popolazione anziana interagiscono con le particolarità del sistema di welfare italiano, evidenziandone i limiti. Gli aiuti e l’assistenza agli anziani non autosufficienti vengono forniti tradizionalmente in Italia soprattutto dalla rete familiare, che sopperisce da sempre alle carenze del sistema di welfare. Tutto ciò si associa ad aspetti culturali che caratterizzano il nostro paese, che hanno a che fare anche con la prossimità abitativa tra genitori anziani e figli adulti ed il minore ricovero degli anziani in istituzione. Il ruolo centrale nella rete degli aiuti informali viene tradizionalmente svolto soprattutto dalle donne, in particolare di mezza età (le cosiddette “care givers”). (…)

Problemi legati all’assitenza agli anziani

Ma già attualmente la rete degli aiuti informali sta evidenziato segni di difficoltà. Alcuni recenti dati Istat hanno messo in luce come si siano ridotti negli ultimi anni gli aiuti informali erogati agli anziani, e si siano maggiormente concentrati sulle situazioni di particolare criticità (come la non autosufficienza). L’ulteriore peggioramento del rapporto tra anziani non autosufficienti e care givers, se non sorretto da un adeguato potenziamento da parte del sistema di welfare pubblico, rischia di portare ad una riduzione complessiva degli aiuti verso gli anziani più fragili ed economicamente più svantaggiati (quelli con maggior difficoltà a pagarsi adeguati servizi privati)(7). Le famiglie più che essere sostituite nell’aiuto ai loro cari, vorrebbero essere aiutate a reggere un carico sempre più oneroso. Anche su questo aspetto, quindi, diventa (e ancor più diventerà) cruciale la conciliazione tra lavoro femminile e attività di cura familiare (soprattutto verso i genitori anziani).

Note 5 La stessa riforma universitaria del 3+2, anziché accelerare i tempi di uscita dei giovani dal sistema universitario, sembra averne allungato la permanenza. 6 “Nei confronti con altri paesi sviluppati, non solo la quota di ultra65enni e l’indice di dipendenza degli anziani sono sensibilmente più elevati per l’Italia, ma anche gli indici di ricambio stanno ad indicare un futuro a breve di ulteriore più rapido invecchiamento sia della popolazione in età lavorativa, sia per le donne in età feconda” (G. Gesano e A. Golini, “Generazioni e invecchiamento”, in Fondazione Giovanni Agnelli e GCD-SIS (a cura di), Generazioni, famiglie, migrazioni. Pensando all’Italia di domani, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2006). 7 L’importanza del fenomeno si può leggere anche indirettamente dalle ricadute che la domanda di assistenza produce sull’immigrazione. La comunità straniera che è cresciuta di più è stata quella delle donne ucraine, aumentata di 12 volte dal 2001 ad oggi (mentre nel complesso gli stranieri sono raddoppiati).

19 mar 2008

The Seven Secrets of Inspiring Leaders


I've ever thought the educator (teacher, parent, coach, etc...) as a leader. Because ha has to lead to victory another person with his very difficult job/role. So I find interesting and suggestive this item by Carmine Gallo. Enjoy the reading & send comment. Bye.


American business professionals are uninspired. Only 10% of employers look forward to going to work and most point to a lack of leadership as there as on why, according to a recent Maritz Research poll. But it doesn't have to be that way. All business leaders have the power to inspire, motivate, and positively influence the people in their professional lives. For the past year, I have been interviewing renowned leaders, entrepreneurs, and educators who have an extraordinary ability to sell their vision, values, and themselves. I was researching their communications secrets for my new book, Fire Them Up. What I found were seven techniques that you can easily adopt in your own professional communications with your employees, clients, and investors.

1. Demonstrate enthusiasm — constantly.

Inspiring leaders have an abundance of passion for what they do. You cannot inspire unless you're inspired yourself. Period. Passion is something I can't teach. You either have passion for your message or you don't. Once you discover your passion, make sure it's apparent to everyone within your professional circle. Richard Tait sketched an idea on a napkin during across – country flight, an idea to bring joyful moments to families and friends. His enthusiasm was so infectious that he convinced partners, employees, and investors to join him. He created a toy and game company called Cranium. Walk into its Seattle headquarters and you are hit with a wave of fun, excitement, and engagement the likes of which is rarely seen in corporate life. It all started with one man's passion.

2. Articulate a compelling course of action.

Inspiring leaders craft and deliver a specific, consistent, and memorable vision. A goal such as "we intend to double our sales by this time next year," is not inspiring. Neither is along, convoluted mission statement destined to be tucked away and forgotten in a desk somewhere. A vision is a short (usually 10 words or less),vivid description of what the world will look like if your product or service succeeds. Microsoft 's (NasdaqGS: MSFT - News ) Steve Ballmer once said that shortly after he joined the company, he was having second thoughts. Bill Gates and Gates' father took Ballmer out to dinner and said he had it all wrong. They said Ballmer saw his role as that of a bean counter for a start up. They had a vision of putting a computer on every desk, in every home. That vision -- a computer on every desk, in every home – remains consistent to this day. The power of a vision set everything in motion.

3. Sell the benefit.

Always remember, it's not about you, it's about them. In my first class at Northwestern's Medill School of Journalism, I was taught to answer the question, "Why should my readers care?" That's the same thing you need to ask yourself constantly throughout a presentation, meeting, pitch, or any situation where persuasion takes place. Your listeners are asking themselves, what's in this for me? Answer it. Don't make them guess.

4. Tell more stories.

Inspiring leaders tell memorable stories. Few business leaders appreciate the power of stories to connect with their audiences. A few weeks ago I was working with one of the largest producers of organic food in the country. I can't recall most, if any, of the data they used to prove organic is better. But I remember a story a farmer told. He said when he worked for a conventional grower, his kids could not hug him at the end of the day when he got home. His clothes had to be removed and disinfected. Now, his kids can hug him as soon as he walks off the field. No amount of data can replace that story. And now guess what I think about when I see the organic section in my local grocery store? You got it. The farmer's story. Stories connect with people on an emotional level. Tell more of them.

5. Invite participation.

Inspiring leaders bring employees, customers, and colleagues into the process of building the company or service. This is especially important when trying to motivate young people. The command and control way of managing is over. Instead, today's managers solicit input, listen for feedback, and actively incorporate what they hear. Employees want more than a paycheck. They want to know that their work is adding up to something meaningful.

6.Reinforce an optimistic outlook.

Inspiring leaders speak of a better future. Robert Noyce, the co-founder of Intel INTC, said, "Optimism is an essential ingredient of innovation. How else can the individual favor change over security?" Extraordinary leaders through out history have been more optimistic than the average person. Winston Churchill exuded hope and confidence in the darkest days of World War II . Colin Powell said that optimism was the secret behind Ronald Reagan 's charisma. Powell also said that optimism is a force multiplier, meaning it has a ripple effect throughout an organization. Speak in positive, optimistic language. Be a beacon of hope.

7. Encourage potential.

Inspiring leaders praise people and invest in them emotionally. Richard Branson has said that when you praise people they flourish; criticize the mand they shrivel up. Praise is the easiest way to connect with people. When people receive genuine praise, their doubt diminishes and their spirits soar. Encourage people and they'll walk through walls for you. By inspiring your listeners, you become the kind of person people want to be around. Customers will want to do business with you, employees will want to work with you, and investors will want to back you. It all starts with mastering the language of motivation.

Source: Copyright©2007 Business Week On line Business Week, ThuOct11

20 nov 2007

Per avere i giovani che sognate ascoltateli, siate presenti e non trasmettete loro le vostre paure.


E' facile che ad un'uscita come quella del Corriere di oggi "Le ragazzine e il sesso: a 12 anni senza limiti" i genitori rispondano irrigidendo i loro sistemi educativi e pensando che devono stringere la cinghia e controllare maggiormente i loro figli. Ma non è questo il modo per arginare il disorientamento che regna attualmente tra gli adolescenti e i loro educatori. Viviamo in una società confusa; altrimenti dovremmo dire ipocrita, ma ipocrita è chi sa e fa al contrario, simula: quì tanti non hanno proprio idea. Ed è comprensibile: educare nell'età della complessità non è un lavoro che si improvvisa.
La soluzione la davano per esempio già nel 2002 quelli dell' Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR con un serio ed approfondito studio su L'autonomia di movimento dei bambini italiani di cui metteremo in evidenza i passaggi più importanti.
In quella sede si faceva notare che "poche decine di anni fa la mobilità di un bambino di 6-10 anni non era molto differente da quella dei suoi genitori. Oggi la mobilità dell’adulto è molto aumentata, e quella dei bambini si è ridotta notevolmente, in gran parte a causa delle automobili (Parr, 1967).
Sempre più bambini sono accompagnati a scuola da un adulto, in genere in automobile. Sempre meno bambini possono attraversare la strada da soli, recarsi da soli nei luoghi di svago, andare in bicicletta in spazi pubblici (Hillman, 1993).

La diminuzione dell'autonomia di spostamento dei bambini è un fenomeno preoccupante anche perché molte ricerche hanno evidenziato che l'acquisizione di conoscenza ambientale è influenzata dall'esperienza (Hart, 1979; Spencer e Darvizeh, 1981; Cohen e Cohen, 1985; Torell, 1990).
"Armstrong (1993), che ha studiato l'influenza della diminuzione della mobilità autonomia sullo sviluppo fisico dei bambini, ha evidenziato che il 50% delle ragazze e il 30% dei ragazzi tra i 10 e i 16 anni non compiono un percorso di dieci minuti a piedi al giorno.

La percezione dei rischi condiziona l'autonomia ed è diversa nei bambini e nei genitori. I genitori, diversamente dai loro figli, considerano gli incidenti stradali come eventi probabili e gravi (Lee e Rowe, 1994). Ampofo-Boateng e Thompson (1991, 1993) sottolineano che le limitazioni di autonomia sono dovute più alle paure dei genitori che non alle reali incapacità dei bambini. La paura di aggressioni nei confronti dei bambini è amplificata dai media con un incremento nella percezione della pericolosità dell'ambiente urbano. (Blakely, 1994 e Volpi, 2001)".

Insomma la conclusione è che "i bambini vivono tutte le loro esperienze affidati ad adulti che li controllano, li guidano, li istruiscono. Perdono così ogni possibilità di gioco che richiede libertà e possibilità di rischiare e sono condannati a lunghi periodi di solitudine (Tonucci, 1995).
Possiamo quindi sostenere che una così forte riduzione di autonomia nei bambini provoca gravi danni al loro sviluppo, da un punto di vista cognitivo, fisico e sociale".
E allora? Allora continuate a leggere il Blog che forse ci arriviamo.