27 set 2008

19 set 2008

CRISTIANI E MUSULMANI INSIEME PER DIGNITÀ DELLA FAMIGLIA

CITTA' DEL VATICANO, 19 SET. 2008 (VIS). Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha reso pubblico oggi il Messaggio annuale per la fine del Ramadan “Id al-fitr 1429 E. / 2008 A.D.), sul tema: “Cristiani e musulmani: Insieme per la dignità della famiglia”. Il Documento reca la firma del Cardinale Jean-Louis Tauran e dell’Arcivescovo Pier Luigi Celata, rispettivamente Presidente e Segretario del Dicastero.

Di seguito sono riportati estratti del Messaggio, pubblicato in lingua inglese, francese, italiana e araba.

“Cari Amici musulmani (...). Durante questo mese, cristiani vicini a voi hanno condiviso le vostre riflessioni e le vostre celebrazioni familiari; il dialogo e l’amicizia si sono rafforzati. Dio ne sia lodato!”.

“Ma, come per il passato, questo amichevole appuntamento ci offre anche l’occasione di riflettere insieme su un tema di attualità capace di arricchire i nostri scambi e di aiutarci a conoscerci meglio, con i nostri valori comuni e le nostre differenze. Per quest’anno, noi abbiamo pensato di proporvi il tema della famiglia”.

“Uno dei documenti del Concilio Vaticano II ‘Gaudium et Spes’, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, afferma: ‘La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamene connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i cristiani, assieme a quanti hanno alta stima di questa stessa comunità, si rallegrano sinceramente dei vari sussidi grazie ai quali gli uomini di oggi progrediscono nel favorire questa comunità di amore e nel rispetto della vita”.

“Queste parole ci ricordano opportunamente che lo sviluppo della persona e della società dipende in gran parte dalla prosperità della comunità coniugale e familiare! Quanti sono coloro che portano, qualche volta, per tutta la vita, il peso delle ferite di una situazione familiare difficile o drammatica? (...) Cristiani e musulmani, noi possiamo e noi dobbiamo operare congiuntamente alla salvaguardia della dignità della famiglia, oggi e domani”.

“In questo campo, noi abbiamo avuto spesso l’occasione di collaborare, sia a livello locale che internazionale, poiché entrambi cristiani e musulmani hanno un’alta considerazione della famiglia. La famiglia, luogo dove l’amore e la vita, il rispetto per l’altro e l’ospitalità si incontrano e si trasmettono, è certamente la ‘cellula fondamentale della società’”.

“Cristiani e musulmani, non devono esitare ad impegnarsi, non solamente per venire in aiuto alle famiglie in difficoltà ma anche per collaborare con tutti coloro che hanno a cuore il favorire la stabilità dell’istituzione familiare e l’esercizio della responsabilità parentale, in particolare nel campo dell’educazione. Non è superfluo ricordare qui che la famiglia è la prima scuola dove si apprende il rispetto dell’altro, nella sua identità e nella sua differenza. Il dialogo interreligioso e l’esercizio della cittadinanza non possono dunque che beneficiarne”.

OP/MESSAGGIO RAMADAN/TAURAN:CELATA VIS 080919 (450)

1 set 2008

Stress da rientro

Senso di stordimento, calo dell'attenzione, mal di testa, digestione difficile, raffreddore, mal di gola, tosse e dolori muscolari possono essere manifestazioni del cosiddetto stress da rientro, o meglio, di quello stato di tristezza post-vacanza.
La ragione del repentino mutamento del nostro umore è, il più delle volte, il rapido cambiamento delle abitudini: se durante le vacanze siamo stati rilassati e occupati in attività che non comportano particolari obblighi, il ritorno a casa e al lavoro rappresenta la ripresa dei ritmi di tutti i giorni e delle responsabilità della vita quotidiana.

Questi cambiamenti, soprattutto se avvengono in maniera brusca, possono causare una perturbazione nei delicati equilibri dell’organismo. Il corpo necessita di qualche tempo per "acclimatarsi" e abituarsi alle nuove condizioni di vita e, durante questo periodo, soffre. Da qui, l’impressione del sentirsi giù, distratti, poco efficienti, con la testa tra le nuvole.

Queste sensazioni, che comunque spariscono in un po' di tempo, possono essere ridotte e contenute con qualche attenzione. È importante, per prima cosa, prepararsi in anticipo e in modo progressivo al cambiamento e programmare qualche giorno di riposo prima della data effettiva del rientro. In questo modo potremo arrivare alla fine della vacanza pieni di energie.
Attenzione anche a riprendere la vita quotidiana in modo graduale non facendosi prendere dal panico dalla mole di lavoro che, probabilmente si è accumulata durante la nostra assenza. Almeno nella prima settimana è meglio puntare su piccoli obiettivi davvero essenziali e lasciare per un secondo momento i progetti di lavoro più complessi e ambiziosi.

Una curiosità: il nome dello stress post-vacanza, in inglese, è Post-Vacation Blues, da "blue" che significa anche tristezza, depressione. A questo significato si riallaccia anche il nome dello stile musicale blues, originariamente canto di tristezza, dolore e angoscia quotidiana, diffuso tra le comunità nere americane in schiavitù.

29 ago 2008

Italiani, bocciati in Inglese

Dal sito on line del Corriere della Sera 29.8.2008

Sei su dieci non sono in grado di sostenere una conversazione E il 30% degli studenti ha un debito in questa materia

Sudori freddi, crisi di panico, balbettii inconsulti. Sostenere una conversazione in una lingua straniera è ancora una missione impossibile per sei italiani su dieci. Un dato sconfortante in un mondo ormai globalizzato che ci pone al terzultimo posto tra i Paesi dell’Unione Europea. Dietro di noi, secondo l’ultima ricerca condotta da Eurobarometro, ci sono solo irlandesi e britannici. E la situazione non migliora con il passar del tempo. Anzi. Se si confrontano i dati del 2001 con quelli del 2006 si scopre che gli italiani in grado di sostenere una conversazione in una lingua straniera sono passati dal 46% al 41%, a fronte di una media Ue del 50%, che sale a oltre il 90% per molte nazioni del Nordeuropa. Anche l’indagine condotta dal Censis per il progetto Let it Fly («Learning education and training in the foreign languages in Italy») indica che gli italiani le lingue le studiano (il 66,2%) ma non le parlano. Il 50,1%, infatti, confessa di averne una conoscenza solo «scolastica», il 23,9% la definisce «buona» e solo il 7,1% «molto buona». «Il quadro è veramente triste — dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis —perché conoscere l’inglese a livello scolastico significa non poterlo parlare. Purtroppo in Italia le lingue non le sappiamo insegnare, abbiamo una scuola tutta incentrata sui contenuti. Invece bisognerebbe cercare di trasmettere un metodo».

Se a questo si aggiunge lo scivolone del Ministero della Pubblica istruzione che all’ultima maturità ha presentato una traccia per la prova di inglese piena di errori da matita blu, il dubbio che la scarsa conoscenza delle lingue in Italia non sia dovuta alla pigrizia dei suoi cittadini diventa quasi una certezza. Qualcosa non funziona nel percorso didattico. «C’è scarsa connessione tra i vari cicli della scuola — spiega Ruggero Druetta, ricercatore all’Università di Torino nella facoltà di Economia —. La mancanza di continuità e la disomogeneità portano a ricominciare sempre da zero». Il risultato è che 13 anni di studi, dalla scuola primaria a quella superiore, non permettono di padroneggiare una lingua. Lo confermano gli ultimi dati forniti dal Ministero guidato da Mariastella Gelmini: dopo la matematica, l’inglese è la nostra seconda bestia nera. Nel 2008 sono stati il 30,6% gli alunni che hanno chiuso l’anno con un debito in questa materia. A mettere i puntini sulle «i», lo scorso marzo, è stata la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Lingue e letterature straniere che ha parlato di una vera e propria emergenza: «In Italia si ritiene — si legge in un comunicato — che la competenza comunicativa internazionale si possa esaurire con una rudimentale o mediocre conoscenza di un inglese basilare per di più sovente lontano da scorrevolezza e pronuncia accettabili».

Il nostro Paese, tra l’altro, ha largamente disatteso le indicazioni della Comunità europea che, dalla Convenzione di Lisbona del 1997, chiede agli Stati membri di promuovere il plurilinguismo, ovvero l’insegnamento di almeno due lingue comunitarie oltre quella madre. Noi, invece, puntiamo (e male) solo sull’inglese tanto che, nel 2005, l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti ha stabilito che tutta la quota oraria destinata all’insegnamento delle lingue straniere nella scuola secondaria potesse essere dedicata interamente alla lingua di Shakespeare.

«In realtà—spiega Silvia Diegoli dell’associazione per l’insegnamento della lingua francese (Anilf)—dalla primaria fino alla superiore, se lei scorre qualsiasi indirizzo, gli studenti studiano una e una sola lingua straniera. Non ci si rende conto che questa è una carta che gioca a sfavore dei nostri ragazzi rispetto a quelli degli altri Paesi». I problemi cominciano sin dalle elementari. «Nelle scuole primarie — dice ancora Diegoli — l’insegnamento avviene in modo estemporaneo e lacunoso. Prima c’erano i maestri specializzati che facevano un corso abilitante, ora tanti si sono messi a insegnare la lingua pur avendo competenze approssimative ».

La sessualità secondo Giovanni Paolo II (Y. Semen, 2005)

Dottore in Filosofia, sposato, padre di sette figli, Y. Semen è direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, e docente alla Libera Facoltà di Filosofia (IPC) di Parigi. Il suo testo, scorrevole ed accessibile a tutti, è una lucida sintesi, che nasce da una penetrante analisi, della lunga catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano nel piano divino.

La teologia del corpo fu presentata dal grande Papa nelle udienze del mercoledì, dal 1979 al 1984, durante i primi anni del suo pontificato. L’autore ne narra la genesi, con riferimenti precisi agli inizi del ministero di Karol Wojtyla tra fidanzati e giovani sposi, cercando di evidenziare la portata fortemente innovativa di questo insegnamento in seno alla dottrina morale cattolica. Quest’ultima ne esce infatti completamente rinnovata e pronta ad affrontare le delicate sfide dei nostri giorni: “Sessualità e santità… Con Giovanni Paolo II, quel che appena si sarebbe osato pensare diventa un’evidenza: questa due dimensioni della vita umana e cristiana sono definitivamente associate. La sessualità è di essenza divina: non è un residuo della nostra animalità. Forse sarà quest’affermazione che fra poco diventerà la “rivoluzione wojtyliana”, una rivoluzione che sarà per la sessualità ciò che la rivoluzione copernicana fu per l’astronomia: un rovesciamento assoluto di prospettiva” (p. 199).


Dopo aver delineato la tradizionale teologia del matrimonio, per come veniva impostata già ai tempi in cui Karol Wojtyla era un giovane attore, Semen espone i limiti che si incontravano in campo pastorale nel porgere la dottrina di sempre in un modo che però, con il trascorrere del tempo, rischiava di essere sempre meno adeguato (cap I: Giovanni Paolo II: un inedito approccio alla sessualità, pp. 19-64). In questo contesto nasce e si sviluppa l’idea del giovane sacerdote, poi porporato polacco, di ripresentare in modo nuovo ed attraente la dottrina sulla sessualità umana.


Nel secondo capitolo Semen entra nel vivo della questione della sessualità cominciando con alcune considerazioni sul nostro atteggiamento riguardo la “questione” del corpo: “questione scabrosa – scrive -, dato che inevitabilmente ci fa riandare alla percezione che abbiamo del male: la spaccatura che avvertiamo in noi far le chiamate dello spirito e le pesantezze del corpo ci appare infatti come un’anomalia che non dovrebbe esistere, come una contraddizione, un male. E abbiamo il sentimento, confuso ma profondamente ancorato in noi, che la responsabilità di quest’anormale situazione vada attribuita al nostro corpo. E’ l’esperienza umana di tutti. In questa sorta di dissociazione, di spaccatura fra spirito e carne, il corpo ci appare come qualcosa di imperfetto, d’impuro, magari perfino un “errore” da cui dovremmo liberarci. (…) Insomma, molto spesso ci accade di mettere sotto accusa il corpo: il male della nostra condizione umana viene dal nostro corpo” (p. 65-66).


A questo punto il filosofo francese non si ferma ad una semplice constatazione ma, seguendo il pensiero di Giovanni Paolo II, ci suggerisce di progredire in questa analisi chiedendoci “Perché abbiamo un corpo, e perché a noi pare che questo corpo si ribelli allo spirito?” (ibid.). Infatti, afferma poco dopo, la teologia del corpo di Giovanni Paolo II “è una pedagogia che vuol farci capire il vero senso del nostro corpo”. Sul filo di questa considerazione, arricchita di profondi riferimenti ai brani dell’Antico e del Nuovo Testamento utilizzati nelle catechesi del Pontefice, l’Autore imbastisce la sua interessante e convincente trattazione riguardo il piano di Dio sulla sessualità umana (pp. 65-102).C’è da dire che lungo il suo discorso Semen fa anche importanti ed attuali riferimenti all’humus culturale di cui si nutre il modo contemporaneo di concepire la sessualità. Infatti, ci dice, quando scopriamo il sesso come essenziale componente della persona e non come un mero attributo accidentale, troviamo che “gli odierni partigiani dell’ideologia del “genere” si oppongono in modo radicale a questo modo di vedere, e fanno mostra di grande attivismo per far prevalere la loro posizione in tutti i grandi organismi (lo fecero in particolare alla conferenza del Cairo del 1994 e di Pechino del 1995), ONU compresa. Secondo il loro modo di vedere, la differenza sessuale e i rispettivi “ruoli” dell’uomo e della donna non provengono dalla natura, ma sono un prodotto delle culture, e prodotto ancora in continua evoluzione. (…) E’ un modo di vedere completamente diverso da quello che ci insegna la Genesi: qui la differenza sessuale è costitutiva della persona e la definisce in maniera essenziale. Siamo uomo o donna in tutte le dimensioni della nostra persona, perché altrimenti non potremmo essere dono. Uomo e donna, siamo della medesima umanità, ma la differenza sessuale ci identifica fin nella radice del nostro essere e ci costituisce come persona, dandoci la complementarietà necessaria per il dono di noi stessi” (pp. 87-88).


I successivi tre capitoli sono dedicati rispettivamente a: Il peccato, il desiderio e la concupiscenza (pp. 103-138), Il matrimonio, la Redenzione e la Risurrezione (pp. 139-168), ed infine La sessualità e la santità (pp. 169-198). In essi Semen analizza, nei discorsi di Giovanni Paolo II, tutti i fattori che influiscono sul significato della sessualità come dobbiamo intenderlo in pienezza. “Il peccato delle origini – dice, ad esempio – è un avvenimento fondativo, e di capitale importanza, che chiaramente delinea le frontiere tra un «prima» - il prima delle origini, della «preistoria teologica dell’uomo» - e un «dopo», il dopo dell’uomo storico, irrimediabilmente segnato dalle conseguenze di quel peccato. (…) «L’esperienza del corpo quel possiamo desumere dal testo arcaico di Genesi 2, 23, e più ancora di Genesi 2, 25, indica un grado di “spiritualizzazione” dell’uomo diverso da quello di cui parla lo stesso testo dopo il peccato originale (Genesi 3) e che noi conosciamo dall’esperienza dell’uomo “storico”. E’ una diversa misura di “spiritualizzazione”, che comporta un'altra composizione delle forze dell’uomo stesso, quasi un altro rapporto corpo-anima, altre proporzioni interne tra la sensitività, la spiritualità, l’affettività, cioè un altro grado di sensibilità interiore verso i doni dello Spirito Santo (Giovanni Paolo II, Udienza del 13 febbraio 1980, §. 2)».


Lungo queste pagine si delinea una vera e propria vocazione del corpo all’interno della quale ogni essere umano è coinvolto. Profondi e pertinenti in quest’ottica, anche i riferimenti alla vocazione al celibato (pp. 158-167), perfettamente in linea con la teologia del corpo esposta da Giovanni Paolo II: “E la vocazione del corpo resta sempre la medesima qualunque sia lo stato di vita. Può esprimersi nel matrimonio, ma s’incarna e si vive anche nel celibato voluto per il Regno dei cieli, senza che il corpo rinneghi nulla del suo significato coniugale, della sua vocazione allo sposalizio, alle nozze. Insomma, non c’è che una vocazione, cioè la vocazione al matrimonio; perché tutti siamo chiamati alle nozze, qualunque sia il nostro stato di vita. La vocazione al celibato è una forma, una modalità del matrimonio nel senso profondo della parola, perché è una modalità del dono della persona. O perlomeno è così che si deve viverlo – o accettarlo -, volendone realizzare appieno il significato umano e personale” (p. 101).


Un libro, come abbiamo detto, molto attuale, ben scritto e accessibile a tutti, che soprattutto i giovani fidanzati, i genitori di figli adolescenti e i sacerdoti troveranno molto utile per la loro formazione e l’adempimento ottimista e coerente dei compiti cui sono chiamati.


(da F. Romano, pubblicato in Studi Cattolici, n. 555, maggio 2007, pp 410-411)

12 ago 2008

La guerra di Charlie Wilson

Regia: Mike Nichols Sceneggiatura: Aaron Sorkin Anno: 2007
Durata: 97'
Data uscita in Italia: 08 febbraio 2008
Genere: biografico,drammatico

Attori:
Joanne Herring
Julia RobertsGust Avrakotos Philip Seymour HoffmanCharlie Wilson Tom HanksBonnie Amy Adams

Trama. Tratto dal bestseller di George Crile. Charlie Wilson è un deputato del Texas nell'America degli anni Ottanta. Joanne Herring è una delle donne più ricche e potenti d'America, fortemente anticomunista. Chiede l'aiuto di Charlie per assicurare ai Mujahideen afghani armi e denaro nella guerra contro la Russia. Collabora con Charlie l'agente della CIA Gust Avrakotos.

Comment. L’aspetto etico è un po’ confuso. E’ l’altra faccia del cinema americano: quello del deputato americano che reagisce al sopore che ingessa i suoi colleghi, diventa un grande eroe e per questo gli si perdona di essere stato un po’ inciucione e doppiogiochista. Come a dire, dietro ogni sbruffone ci può essere un vero uomo (solo che se andiamo alle percentuali di quante volte questo avvenga… vediamo che la virtù richiede esercizio e una certa costanza nella lotta per essere coerenti: comunque ci sono tanti virtuosi estemporanei, d’accordo).

Tutto sommato però è un’America che fa autocritica e una volta tanto, senza cadere nel nostrano piagnucoliamo-autolesionista, in questo ci imita un po’.
Anche quì brevi scene volgarotte fanno scadere il tono divertente, anche se mai avvincente, del film.