12 ago 2008

American Gangster

Regia: Ridley Scott Sceneggiatura: Steven Zaillian Anno: 2007. Nazione: Stati Uniti d'America. Durata: 160'. Data uscita in Italia: 18 gennaio 2008. Genere: drammatico

Durante la guerra in Vietnam lo spacciatore Frank Lucas importa eroina negli Stati Uniti dalla Thailandia. Sulle sue tracce si mette il Detective Richie Roberts.

Superba interpretazione di due dei migliori attori del momento. Si rivede il grande Russel Crowe di The Insider e Beautifull Mind ed un Denzel Washington che sta migliorando a vista d’occhio le sue già ottime performance e forse non si era mai visto così in forma. La sceneggiatura regge ed il fatto che sia tratto dalla vera storia di Frank Lucas e che la regia sia di Ridley Scott (Blade Runner, Il Gladiatore, Un’ottima annata, etc.) rende il tutto più intricante.

Valori: si comprende come i cattivi in fondo fanno una vita da cani e lo sono perché il più delle volte hanno avuto grossi problemi; il crimine non paga; essere sempre onesti è difficile ma alla fine lo sforzo per esserlo è il vero contributo che ognuno può dare per una società migliore; non ci si può lavare la coscienza travestendosi da giustizieri se in casa propria si bistratta chi si dovrebbe amare.
Non è poco. E il tutto gran ben recitato e senza moralismi.

Purtroppo un paio di scene di cruda violenza e altre di nudo gratuito dovrebbero precluderne la visione ai minori.

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo




Un film di Steven Spielberg. Con Harrison Ford, Karen Allen, Cate Blanchett.
Genere
Avventura. Durata: 125 minuti. - Produzione USA 2008

(Brani di una recensione tratta da Mymovies.it)


Indiana Jones (per gli amici Indy) è tornato. Diciannove anni dopo Indiana Jones e l'ultima crociata l'eroe con frusta e Fedora creato da Lucas e Spielberg ricomincia la sua attività di archeologo in corsa.Gli anni sono passati per lui come per gli spettatori e quindi lo ritroviamo nel 1957 nel bel mezzo di un deserto del Sudovest degli Usa mentre la Guerra Fredda domina la scena politica con il terrore del conflitto nucleare e al cinema fanno la loro comparsa gli 'esseri venuti dallo spazio'.
(…)
Si nutrivano molte attese e al contempo molti timori per questo quarto episodio della saga troppe volte annunciato e troppe volte rinviato. L'avanzare dell'età del protagonista Harrison Ford non favoriva lieti auspici anche perché l'ironia sugli anni che aumentano si era già spesa con il personaggio del padre di Indy interpretato da Sean Connery nel film del 1989.
(…)I dubbi si possono considerare fugati. Chi non amava quello che considerava il versante adolescenziale e 'da luna park' di Spielberg continuerà a guardare con il sopracciglio sollevato le imprese dell'archeologo più famoso del cinema. Gli altri troveranno intatto lo spirito del personaggio e dei caratteri che lo accompagnano, semmai con il surplus di azioni e di eventi spettacolari che la tecnologia digitale oggi consente.

Die Hard - Vivere o morire

Regia di Len Wiseman. Con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Cliff Curtis. Genere Azione, colore 130 minuti. - Produzione USA, Gran Bretagna 2007. –
Nulla di meglio riesco a dire oltre questa recensione di mymovies.it:

Quando un gruppo di cyber-terroristi stacca la spina degli U.S.A., gettando l'intero paese nel panico, le autorità federali e l'esercito brancolano letteralmente nel buio. Il veterano John McClane, ancora una volta nel posto sbagliato al momento sbagliato, si troverà così a dover affrontare una minaccia globale da parte dei propri storici nemici giurati: terroristi e tecnologia.

L'agente di polizia più coriaceo in circolazione, avvalendosi in questa occasione dell'aiuto di un giovane pirata informatico, può aver perso il pelo ma non il vizio di prendere di petto le situazioni, e conosce sempre e solo un modo di raddrizzare le cose: di prepotenza. Nell'era dei sequel anacronistici, quella per intenderci in cui Rocky Balboa delude e Rambo 4 è sulla buona strada, la notizia è che Die Hard - Vivere o Morire soddisfa le aspettative. Bruce Willis torna a impersonare l'eroe che gli ha regalato la notorietà, John McClane, e lo fa da maestro, fondendosi completamente con il personaggio in un contesto attento e coerentemente sbruffone: niente più trappole di cristallo o aeroporti, sulla scia di Die Hard 3 gli spazi si aprono definitivamente per regalare al personaggio una libertà di movimento tale da renderlo completo.
Lasciando da parte ovvie quanto tediose letture relative ai tempi che corrono e varie interpretazioni più o meno interessanti, è sicuramente più pertinente sottolineare che sotto la regia dell'aitante Len Wiseman l'azione fa ancora una volta la voce grossa, e lo fa in modo spavaldo. Prendendosi libertà che corrono il rischio di ridimensionare le imprese passate del protagonista, si danza sul filo dell'eccesso per quanto riguarda la verosimiglianza di alcune sequenze e di conseguenza dell'intera vicenda, ma a conti fatti stiamo parlando di John McClane, l'ultimo vero cowboy: non resta quindi che andare al cinema, perché di questo si parla, e godersi lo spettacolo. In definitiva, per rispondere ai fanatici del paragone, seppur non in grado di coinvolgere quanto i capitoli precedenti, né di bissarne l'impatto, il quarto episodio della saga è tosto al punto da giustificare appieno la propria esistenza.

I diari della motocicletta


Regia: Walter Salles. Con Gael García Bernal, Mercedes Morán, Jean Pierre Noher, Mia Maestro, Rodrigo De la Serna. Genere Avventura. Durata: 126 minuti. - Produzione Argentina, Brasile, Cile, Perù, USA (2004).

E’ la vera storia, basata sugli appunti di un viaggio che due ragazzi, laureando in medicina uno, l’altro giovane biochimico, il 4 gennaio del 1952 partendo da Buenos Aires decidono di intraprendere. Con tenda, sacco a pelo, una vecchia motocicletta Norton 500 del ’39 ed uno spirito d’avventura da fare invidia ai più audaci teen-ager dei giorni nostri, i due decidono di intraprendere il loro viaggio senza una meta se non quella di esplorare tutto il continente Sudamericano che sino ad allora avevano conosciuto solo attraverso i libri. I due grandi amici si chiamavano Ernesto Guevara de la Serna ed Alberto Granado.

Il viaggio, che si sviluppa attraverso affascinanti paesaggi, ritrae divertenti aneddoti e significativi incontri che segneranno la vita del futuro, ma ancora inconsapevole, Che Guevara.

Non si spiega, direbbe il Conrad de La linea d’ombra, come si concatenino quegli eventi che portano alcuni uomini a vedere che in un certo momento è una ed una sola la cosa da fare. E’ un percorso di cui non si acquista consapevolezza se non alla fine. Nel frattempo si è come portati, sballottolati, come una barchetta dalle onde, fino al momento in cui, senza essere ancora giunti, anzi essendo appena partiti, in fondo si vede, si crede, che si sta seguendo un disegno più ampio.

Durante il viaggio è avvenuto qualcosa che mi ha cambiato profondamente. Qualcosa a cui dovrò pensare molto. Io non sono più io – scriverà l’ancora puro e sincero Ernesto al termine di quell’epopea durata 6 mesi. Per lo meno non si tratta dello stesso io interiore. Nel mondo c’è molta ingiustizia. Grande sensibilità mista all’incapacità di comprendere che non è la violenza che cancella l’ingiustizia. Ma questa è la storia successiva del Che.
Bravi Robert Redford, produttore esecutivo, e Gianni Minà, supervisore artistico. Bella la musica. Film da gustare con lo stato d’animo adatto da una parte ed un bicchiere di buon vino rosso dall’altra.

9 ago 2008

M. BENASAYAG - G. SCHMIT, L’epoca delle passioni tristi



Feltrinelli, 2004.
Euro 15,00; pp.129*.

Dopo aver tracciato un panorama delle cause del disagio giovanile nei primi due capitoli, gli autori entrano nel merito del lavoro proposto ed enunciano la loro tesi. Questa si potrebbe riassumere nei seguenti termini: viviamo in un tempo pervaso da un senso di impotenza e incertezza che ci spinge a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come minaccia, alla quale bisogna rispondere “armando” i giovani.

Il termine “passioni tristi” è di B. Spinoza. I problemi dei giovani sono comunque il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. “La nostra epoca scopre le falle del progetto della modernità (rendere l’uomo capace di cambiare tutto secondo il suo volere) e resta paralizzata di fronte alla perdita dell’onnipotenza” (p. 127). Pertanto adesso, affermano Benasayag e Schmit, “gli adulti temono davvero l’avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano “armati” nei suoi confronti”(p. 43).

Così la nostra società diventa sempre più dura: ogni sapere deve essere “utile”, ogni insegnamento deve “servire a qualcosa”, non ci si può permettere il lusso di fare o imparare a fare cose che non servono. Allora gli sforzi di tutti, insegnanti, genitori, allievi, sono protesi “alla sola garanzia di sopravvivenza in questo mondo pieno di pericoli e di insicurezza, caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti” (45). Nella logica di questa selezione “naturale”, un infermiere è uno che “non era in grado di fare il medico”, perché ha perso la gara per arrivare in cima.

In questa logica, degna come giustamente fanno notare i due studiosi, più di un allevamento industriale che di una società civile, gli inni alla “differenza” e alla “diversità”, rimarranno dichiarazioni vane e illusorie, alle quali, evidentemente, non crederà nessuno finché non verrà garantito il rispetto della diversità dei percorsi individuali. E’ questo lo schema di riferimento del ragazzo che, ad un certo punto, aggredisce la sua insegnante. Per ulteriori chiarificazioni in merito riascoltare l’album dei Pink Floyd The Wall (1979) con testi a fianco.

I nostri autori non si limitano semplicemente ad un’analisi tout court - che comunque è valida e non scontata, ricca di spunti già di per sé. Per uscire da questo vicolo cieco, sostengono, si devono mettere in opera vari accorgimenti che sono possibili ed a portata di mano. In definitiva si tratta di riscoprire: la gioia del fare disinteressato, la gioia dell’utilità dell’inutile, il piacere del coltivare i propri talenti senza fini immediati. Ciò avviene in campo psichiatrico creando quella clinica del legame che va in controcorrente rispetto alle spinte dell’individualismo imperante anche in campo pedagogico-educativo. Invece, a livello meno specialistico, questa proposta porterebbe alla riscoperta dell’altro, alla gioia per il rispetto dell’altro (e non solo al pragmatico e politically correct ‘rispetto dell’altro’ che sa tanto di indifferenza, che è l’anticamera della violenza). Questa è la strada che condurrebbe giovani e società ad inquadrare l’importanza della gratuità e del dono come dimensione unica di autorealizzazione e pertanto, in definitiva, l’importanza del servizio come fine e della virtù come strumento per realizzarlo.


* F. Romano, in Fogli, n. 322 (luglio 2004), pp. 37-38.

7 lug 2008

Le 10 cose che stanno a cuore a Papa Benedetto (J. L. Allen Jr., Ancora 2008)


Esperto giornalista statunitense, vaticanista della CNN, Allen Jr. propone un libretto (45 pp.!) davvero interessante. Con uno stile un pò americano ma frutto di letture e riflessioni, riassume in 10 punti le cose che stanno a cuore a Benedetto XVI. I titoli dei vari capitoletti parlano da soli.

Lo scopo del pontificato di papa Ratzinger è quello di reintrodurre gli elementi fondamentali dell'annuncio evangelico e della tradizione cristiana nel cuore del mondo odierno, sforzandosi di mostrare la loro coerenza con le verità più profonde dell'esistenza umana. Papa Benedetto vuole condurre le donne e gli uomini di oggi a vedere quegli insegnamenti con uno sguardo rinnovato, mettendo da parte i pregiudizi e le incomprensioni che si sono accumulate nel corso dei secoli.

Importante lettura - buona e fattibile anche sotto l'ombrellone - può essere una chance per chi - lontano dalla chiesa - giudica, sotto l'influenza di media parziali e settari, Benedetto XVI un Papa reazionario.