29 mag 2008

High Anthropological Density Music (HANDEM)

Handem è quella parte di Starlight che raccoglie testi musicali ad alta densità antropologica.

Alcuni testi di alcuni artisti riflettono in modo specialmente penetrante, accattivante ed espressivo uno stato d’animo, una situazione, una verità sull’uomo contemporaneo sulla quale può essere molto bello soffermarsi a riflettere.

Siccome abitualmente non è questo il punto di vista dal quale ascoltiamo la musica – ma è piuttosto per rilassarci, per distrarci, per non-pensare… per “evadere” – con questa raccolta si vuole lanciare la provocazione di pensare la musica…

Così - con l’aiuto delle traduzioni e ascoltando sempre il brano mentre se ne legge il testo - si riscoprono pezzi sui quali forse si era passati un po’ frettolosamente e se ne scopre un riflesso profondo.

In questo modo si gusta meglio la musica, si gusta meglio anche ciò che si vive, e la vita - affetti, situazioni, vision del mondo o delle persone - si apprezza ad una “profondità” maggiore; grazie alla musica. E al pensiero.

28 mag 2008

EDUCAZIONE, ETICA, FAMIGLIA & SCUOLA

tratto da: www.famigliaescuola.it/

Oggi è frequente incontrare persone (genitori, alunni, insegnanti…) che, guardando all’azione della scuola, intendono la conoscenza in senso prevalentemente estensivo. Ritengono cioè che l’importante sia conoscere “molte cose”.

Non mancano però gli assertori di una prospettiva che privilegi invece “la lettura di poche cose, ma veramente essenziali”.
Il consiglio che qui ci sentiamo di offrire è quello di rifuggire la frenesia dell’informazione. Di rivalutare l’aspetto “qualitativo” della conoscenza, puntando ad approfondire ciò che le cose sono.

Risulta logico quindi che la persona, più che informata e resa capace di svolgere un’attività utilitaristica, vada educata. Non si tratta di addomesticare o addestrare l’alunno, limitandosi a riempirlo di dati. Bensì di aiutarlo a sviluppare solide virtù intellettuali e morali, finalizzate al bene. E questo, appellandosi alla sua intelligenza e alla sua libertà.

In questa prospettiva, è auspicabile che il docente miri a risvegliare nei propri alunni un autentico interesse per ciò che è buono, evitando che si polarizzino eccessivamente su conoscenze di tipo tecnico, la cui utilità è facilmente percepita quando si punta ad una buona resa economica del proprio lavoro.

L’alunno dovrebbe comprendere che quanto sta facendo è molto di più che ottenere un titolo di studio che lo abiliterà a svolgere una funzione nell’ingranaggio sociale. Egli sta cercando di acquisire la maturità umana. A questo scopo anche le scienze settoriali sono utili, perché sono al servizio della sapienza, che è al servizio del bene.

Il docente dovrebbe aiutare l’alunno (e i genitori) a evitare certi equivoci oggi molto frequenti:
- confondere il concetto di verità con quello di certezza;
- intendere il bene come sinonimo di piacere;
- vedere la libertà come una forma di irresponsabilità;
- intendere il valore (ciò che è buono in sé e per sé) come utilità.

Premesso dunque che la missione essenziale degli insegnanti è l’educazione, come aiuto allo sviluppo armonioso della persona nella sua integrità, occorre sottolineare che però il luogo primordiale di tale educazione è la famiglia.
Nella famiglia, che precede lo Stato e le altre forme di organizzazione sociale, i primi educatori sono i genitori (e, in via derivata, i fratelli e le sorelle). La natura dota i genitori della qualità più importante per educare: l’amore. Un amore che deve diventare anche riflessivo, volontario, libero.

L’amore verso l’altro in quanto altro è la fonte di ogni azione educativa. E’ difficile accettare di essere educati da chi non ci vuole bene. Così come la natura dota i genitori di questa naturale autorità, dota i figli della corrispondente docilità spontanea.
Intendendo per amore un atto di libertà, una scelta generosa grazie alla quale si vuole il bene dell’altro, si può dire che anche i docenti – se hanno una reale vocazione educativa – posseggono una sorta di amore spontaneo verso i propri alunni, un amore che , anche qui, deve diventare pienamente etico.
Un grave ostacolo alla legittima educazione della persona è costituito da un’irresponsabile abdicazione dei genitori al loro diritto-dovere educativo. Ciò può verificarsi per ignoranza, per mancanza di preparazione (da vari punti di vista), per egoismo, per pressioni esterne (un lavoro troppo assorbente, uno Stato invadente ecc.).

Nei rapporti con la scuola, i genitori non hanno il compito di aiutare i docenti a portarla avanti, ma sono i docenti che devono aiutare i genitori a portare avanti la famiglia in quell’aspetto essenziale dei loro doveri che è l’educazione dei figli. La scuola e i docenti, quindi, si trovano a entrare in una sfera familiare, perché la famiglia è l’ambito naturale in cui la missione educativa deve primariamente compiersi. In qualche modo, sotto questo aspetto, la scuola è un’estensione della famiglia. Questa comunque non deve, né ha la competenza per farlo, interferire arbitrariamente con il funzionamento della scuola, anche se questa adempie una funzione sussidiaria per loro incarico.

Per la sua peculiare funzione, la scuola non è un’impresa che presta determinati servizi (educazione dei figli) in cambio di certi benefici economici.
Ciascuno degli alunni è una persona, (che va rispettata in quanto tale, qualunque sia la sua situazione di salute, di cultura, di censo). Ciascuno dei docenti è una persona, che aiuta i genitori a compiere rettamente il loro dovere di educare i figli. Tra genitori, docenti e alunni si crea una relazione personale, di solidarietà, di comunione e di cordiale collaborazione. Queste sono condizioni necessarie per un efficace lavoro educativo.

(Cfr. Carlos Cardona, Etica del lavoro educativo, Ed. Ares, Milano 1991)

24 mag 2008

FAMIGLIA E GENERAZIONI/2: i giovani e gli anziani

tratto dalla Relazione di Alessandro Rosina alla Conferenza Nazionale della Famiglia di Firenze, 24-26 maggio 2007

(da http://www.documentazione.info/article.php?idsez=12&id=402)

Instabilità, salari bassi e affitti onerosi.

Gli ultra 65enni nel 2040 saranno oltre il 30%.I giovani tardano ad uscire dalla casa dei genitori Un altro aspetto particolare della situazione italiana è la tarda uscita dei giovani dalla casa dei genitori. Gli italiani fanno pochi figli, ma i figli rimangono figli più a lungo. Nei paesi scandinavi la maggioranza dei giovani esce dalla casa dei genitori poco dopo il raggiungimento della maggiore età. In gran parte d’Europa, all’età di 25 anni sono già la minoranza quelli che non hanno ancora conquistato una propria autonomia. Nel nostro paese, invece, oramai la norma è rimanere a vivere con i genitori fin oltre i 30 anni. Il paese con la quota più bassa di giovani che vivono in coppia Strettamente collegata alla lunga permanenza dei giovani nella famiglia di origine è la bassa quota di giovani che “hanno messo su casa”. L’Italia è, all’interno dell’UE15, il paese con la quota più bassa di giovani che vivono in coppia. Poco più di dieci anni fa nella fascia d’età 25-35 erano oltre la metà le donne in coppia con figli, ora sono a malapena una su tre. Per gli uomini si è passati da un terzo ad un quinto. La tardiva età di conquista di una propria autonomia e di inizio formazione di una propria famiglia riducono i margini di realizzazione dei desideri riproduttivi, e formano un quadro coerente con la persistente bassa fecondità.

Fattori culturali

Anche le cause delle lunga permanenza dei giovani italiani nella famiglia di origine rimandano ad un complesso mix di aspetti culturali da un lato e di fattori strutturali ed economici dall’altro. Come abbiamo già avuto modo di dire, il rapporto tra genitori e figli ha una natura diversa nell’Europa mediterranea rispetto agli altri paesi occidentali. Si dà, in particolare, molta più importanza alla solidarietà tra membri della stessa famiglia, in tutte le fasi della vita. Non solo si rimane quindi più a lungo a vivere con i genitori, ma una volta usciti, più che altrove si tende a stabilire la propria dimora in prossimità della famiglia di origine, mantenendo un intenso e continuativo flusso di contatti e di mutuo sostegno. Come vari studi hanno messo in evidenza, i legami familiari intergenerazionali tendono invece ad essere più deboli nell’Europa nord- occidentale. Il welfare affidato alla solidarietà familiareQuesta differenza è importante, perché è strettamente connessa sia al fatto che la società italiana è maggiormente centrata sulla famiglia che sull’individuo, sia al sistema di welfare, maggiormente sviluppato ed incentrato sui diritti e le esigenze dell’individuo nel Nord Europa, ed invece affidato soprattutto alla solidarietà familiare in Italia. (…)

Fattori economici

Ma oltre agli aspetti culturali e alle carenze del welfare pubblico, esistono anche importanti fattori di ordine strutturale ed economico che incidono negativamente sulla possibilità dei giovani italiani di conquistare, in età precoce, una propria autonomia. Alcuni di tali aspetti sono inoltre peggiorati sensibilmente nel tempo. Va considerato, ad esempio, che negli altri paesi occidentali, molti giovani iniziano a sperimentare una propria indipendenza già durante gli studi universitari, andando a vivere nei campus dei grandi Atenei. La distribuzione capillare delle università sul territorio italiano consente invece a molti studenti di frequentare i corsi rimanendo a vivere con i genitori(5).

Bassa occupazione

Legata alla lunga permanenza nella famiglia di origine è anche la bassa occupazione dei giovani italiani. Nella fascia tra i 25 ed i 30 anni hanno un lavoro tre persone su quattro negli altri grandi paesi europei, mentre ci si ferma a poco più dei due terzi in Italia. La differenza tra occupazione giovanile ed adulta è una delle più alte del mondo occidentale. Per chi poi un lavoro ce l’ha, i salari risultano mediamente più bassi rispetto ai coetanei inglesi, tedeschi, francesi, ed anche spagnoli. Alcuni studi di ricercatori della Banca d’Italia mostrano come in un quadro generale di moderazioni salariale, le retribuzioni medie nette mensili si sono maggiormente ridotte negli ultimi quindici anni soprattutto per i giovani lavoratori. E ciò vale per tutti i livelli di istruzione e a parità di composizione settoriale. Sistema di protezione sociale carente, affitti onerosiIl mercato del lavoro richiede anche sempre di più la disponibilità di spostarsi sul territorio per cogliere le migliori opportunità occupazionali. Ciò significa spesso allontanarsi dalla famiglia di origine ed iniziare quindi una vita autonoma. Rispetto però ad altri paesi, il sistema di protezione sociale è meno generoso (si è meno aiutati nelle fasi “scoperte” di passaggio da un lavoro all’altro), il mercato è meno dinamico (quindi meno facile trovare un nuovo lavoro), gli affitti relativamente più onerosi.

La perdita di fiducia nel futuro

In sintesi, chi è entrato nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni si è trovato di fronte ad un aumento dell’instabilità occupazionale, ad una maggiore necessità di mobilità sul territorio, ad una diminuzione relativa dei salari di ingresso, e ad un aumento del costo degli affitti. In questa situazione sono molti i giovani che dopo un periodo di lavoro ed autonomia fanno marcia indietro e tornano a vivere con i genitori. Si tratta di una condizione che crea frustrazione, senso di impotenza, e perdita di fiducia nella possibilità di costruire un proprio futuro. Se i nuovi tipi di contratto, inseriti con le recenti riforme del mercato del lavoro, hanno aumentato le possibilità di occupazione, in assenza di adeguati “ammortizzatori sociali” hanno anche allungato i tempi per il raggiungimento di una stabilizzazione che consenta di progettare un proprio futuro e formare una propria famiglia.

I numeri della permanenza a casa dei genitori

E’ del resto coerente con un aumento negli ultimi anni del peso dei fattori economici sull’ulteriore posticipazione dell’uscita dai giovani della casa dai genitori, il superamento storico del Sud rispetto al Nord del paese. Da sempre a rimanere più a lungo a vivere nella famiglia di origine erano soprattutto i giovani dell’Italia settentrionale. Negli ultimi anni si è prodotta invece, da questo punto di vista, un’inversione epocale. Ancora nel 1998, secondo i dati raccolti dall’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali”, a 30-34 anni vivevano ancora con i genitori il 33% dei giovani uomini del Nord ed il 31% del Mezzogiorno (per le donne rispettivamente il 17,5% ed il 15%). Cinque anni dopo (indagine a fine 2003) la situazione appare rovesciata: vive con i genitori il 36% dei maschi al Nord ed il 43% al Sud (per le donne rispettivamente 20% e 24%). Welfare inadeguato = minore disponibilità al rischioE’ stato detto che “protetti dal welfare si può osare di più”. La minore protezione sociale di cui godono i giovani fa percepire come più elevati, a parità di altre condizioni, i rischi di uscita nell’area mediterranea. Ciò significa anche che in molti casi si rinuncia ad un lavoro instabile, preferendo attendere opportunità (quantomeno un po’) migliori rimanendo disoccupati nella famiglia di origine. La mancanza di adeguati ammortizzatori sociali contribuisce quindi a rendere meno dinamico il mercato e relativamente bassa l’occupazione, e penalizza quindi nel complesso lo sviluppo economico e sociale del paese. Va infine anche segnalato come un modello di welfare, come quello italiano, che affida quasi esclusivamente alla famiglia di origine i compiti di aiuto ai giovani in difficoltà si riveli essere fortemente iniquo. Sono infatti svantaggiati i giovani che provengono da famiglie con status socio- culturale più basso e minori risorse economiche.

Si investe poco sui giovani, aumentano gli anziani

Ma se l’Italia è un paese che finora ha scarsamente investito sui giovani (e quindi anche sul proprio futuro), tutto ciò potrebbe ulteriormente peggiorare nei prossimi anni. Il crescente invecchiamento è destinato ad assorbire risorse (per previdenza e salute pubblica) all’interno di una spesa sociale già eccessivamente sbilanciata a favore delle generazioni più anziane, e quindi a comprimere le possibilità di investimento e protezione dai rischi verso le più giovani. Una classe dirigente anzianaAd aggravare ulteriormente il quadro è il fatto che la classe dirigente italiana, specialmente quella politica (ma non solo, si pensi ad esempio anche ai docenti universitari), è già attualmente connotata da un’età media particolarmente elevata. L’invecchiamento rischia di accentuare questo aspetto (e quindi i rischi di gerontocrazia). L’elettorato giovanile è del resto destinato ad avere un peso sempre meno rilevante nei prossimi decenni, e quindi l’agenda politica ad essere maggiormente sensibile alle istanze e necessità del crescente elettorato anziano. Tutto ciò solleva la questione di come potrà evolversi il sistema di rischi ed opportunità dei giovani in una società di anziani (nei prossimi 20 anni gli over 50 diventeranno maggioritari), del tutto inedita nella storia dell’umanità. Gli over 65 stanno per superare gli under 35 Ciò impone una riflessione sui meccanismi di rappresentanza politica e di ricambio generazionale in uno scenario nel quale i rapporti di forza tra le generazioni sono destinati a mutare profondamente. In particolare, il nostro paese sarà quello che per primo sperimenterà il sorpasso della fascia di elettorato più anziana (65 ed oltre) su quella più giovane (under 35). Evento che si sta producendo proprio in questi anni. Il divario tra tali due fasce di età è inoltre destinato nei prossimi decenni ad accentuarsi ancor più che altrove. Se attualmente la situazione è ancora di sostanziale equilibrio, entro il 2020 l’elettorato under 35 si troverà con oltre tre milioni di unità in meno rispetto a quello di 65 anni e più. Se si abbassasse a 16 anni il diritto al voto, la differenza - sempre in corrispondenza del 2020 - rimarrebbe comunque sopra i due milioni, compensando quindi solo parzialmente il divario. Se poi ci si sposta più avanti nel tempo lo squilibrio generazionale diventa imponente: se oggi il voto dei giovani ha lo stesso peso di quello degli anziani, da qui al 2045 il peso dei primi si ridurrà ad essere la metà di quello dei secondi. L’impatto delle dinamiche demografiche sarà tale che anche l’aver abbassato a 16 anni l’età al voto produrrà un’incidenza molto modesta sul divario complessivo. I dati implacabili del processo di invecchiamento in atto fanno ben capire come la scelta di far scendere a 16 anni l’età degli elettori possa avere un effetto apprezzabile solo nel breve periodo. Dato però che le elezioni sempre più spesso si vincono per pochi voti, la decisione di dare più peso all’elettorato più giovane costringerebbe forse la politica a svecchiarsi e a dedicare maggiore attenzione alle nuove generazioni. L’aumento degli anziani e la denatalitàStoricamente la quota di anziani sul totale della popolazione è sempre stata molto bassa (inferiore al 5%). Il continuo miglioramento delle condizioni di salute ha fatto notevolmente aumentare la quota di persone che sopravvivono fino all’età anziana e la durata di permanenza in tale fase della vita. Nel nostro paese l’invecchiamento della popolazione è però ulteriormente accentuato dalla persistente bassa natalità, che riduce il peso delle più giovani generazioni. Più anziani quindi, sia in senso assoluto che in senso relativo. Attualmente in Italia è over 65 una persona su cinque. Tale valore continuerà ad aumentare nei prossimi decenni fino ad arrivare al livello di uno su tre(6). Aumenteranno ancora di più gli over 80 non autosufficientiUna crescita straordinaria, mai sperimentata nella storia passata da popolazioni di entità comparabile. Ma all’interno di una popolazione che invecchia, aumenteranno ancor di più i grandi vecchi. Gli over 80, attorno ai 2,5 milioni al censimento del 2001, sono destinati a triplicarsi entro il 2050 (ovvero 5 milioni in più).

Per quanto possano continuare a migliorare le condizioni di salute, una parte comunque molto rilevante dei 5 milioni di ultra80enni in più non sarà in condizione di autosufficienza. In base ad alcune stime il numero di anziani “disabili” è destinato almeno a raddoppiare, su una popolazione italiana totale che invece diminuirà (secondo le più recenti previsioni Istat). A occuparsi degli anziani sono soprattutto le famiglie Come abbiamo già visto per le famiglie con figli e per i giovani, anche gli aspetti di criticità che riguardano la popolazione anziana interagiscono con le particolarità del sistema di welfare italiano, evidenziandone i limiti. Gli aiuti e l’assistenza agli anziani non autosufficienti vengono forniti tradizionalmente in Italia soprattutto dalla rete familiare, che sopperisce da sempre alle carenze del sistema di welfare. Tutto ciò si associa ad aspetti culturali che caratterizzano il nostro paese, che hanno a che fare anche con la prossimità abitativa tra genitori anziani e figli adulti ed il minore ricovero degli anziani in istituzione. Il ruolo centrale nella rete degli aiuti informali viene tradizionalmente svolto soprattutto dalle donne, in particolare di mezza età (le cosiddette “care givers”). (…)

Problemi legati all’assitenza agli anziani

Ma già attualmente la rete degli aiuti informali sta evidenziato segni di difficoltà. Alcuni recenti dati Istat hanno messo in luce come si siano ridotti negli ultimi anni gli aiuti informali erogati agli anziani, e si siano maggiormente concentrati sulle situazioni di particolare criticità (come la non autosufficienza). L’ulteriore peggioramento del rapporto tra anziani non autosufficienti e care givers, se non sorretto da un adeguato potenziamento da parte del sistema di welfare pubblico, rischia di portare ad una riduzione complessiva degli aiuti verso gli anziani più fragili ed economicamente più svantaggiati (quelli con maggior difficoltà a pagarsi adeguati servizi privati)(7). Le famiglie più che essere sostituite nell’aiuto ai loro cari, vorrebbero essere aiutate a reggere un carico sempre più oneroso. Anche su questo aspetto, quindi, diventa (e ancor più diventerà) cruciale la conciliazione tra lavoro femminile e attività di cura familiare (soprattutto verso i genitori anziani).

Note 5 La stessa riforma universitaria del 3+2, anziché accelerare i tempi di uscita dei giovani dal sistema universitario, sembra averne allungato la permanenza. 6 “Nei confronti con altri paesi sviluppati, non solo la quota di ultra65enni e l’indice di dipendenza degli anziani sono sensibilmente più elevati per l’Italia, ma anche gli indici di ricambio stanno ad indicare un futuro a breve di ulteriore più rapido invecchiamento sia della popolazione in età lavorativa, sia per le donne in età feconda” (G. Gesano e A. Golini, “Generazioni e invecchiamento”, in Fondazione Giovanni Agnelli e GCD-SIS (a cura di), Generazioni, famiglie, migrazioni. Pensando all’Italia di domani, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2006). 7 L’importanza del fenomeno si può leggere anche indirettamente dalle ricadute che la domanda di assistenza produce sull’immigrazione. La comunità straniera che è cresciuta di più è stata quella delle donne ucraine, aumentata di 12 volte dal 2001 ad oggi (mentre nel complesso gli stranieri sono raddoppiati).

19 mar 2008

The Seven Secrets of Inspiring Leaders


I've ever thought the educator (teacher, parent, coach, etc...) as a leader. Because ha has to lead to victory another person with his very difficult job/role. So I find interesting and suggestive this item by Carmine Gallo. Enjoy the reading & send comment. Bye.


American business professionals are uninspired. Only 10% of employers look forward to going to work and most point to a lack of leadership as there as on why, according to a recent Maritz Research poll. But it doesn't have to be that way. All business leaders have the power to inspire, motivate, and positively influence the people in their professional lives. For the past year, I have been interviewing renowned leaders, entrepreneurs, and educators who have an extraordinary ability to sell their vision, values, and themselves. I was researching their communications secrets for my new book, Fire Them Up. What I found were seven techniques that you can easily adopt in your own professional communications with your employees, clients, and investors.

1. Demonstrate enthusiasm — constantly.

Inspiring leaders have an abundance of passion for what they do. You cannot inspire unless you're inspired yourself. Period. Passion is something I can't teach. You either have passion for your message or you don't. Once you discover your passion, make sure it's apparent to everyone within your professional circle. Richard Tait sketched an idea on a napkin during across – country flight, an idea to bring joyful moments to families and friends. His enthusiasm was so infectious that he convinced partners, employees, and investors to join him. He created a toy and game company called Cranium. Walk into its Seattle headquarters and you are hit with a wave of fun, excitement, and engagement the likes of which is rarely seen in corporate life. It all started with one man's passion.

2. Articulate a compelling course of action.

Inspiring leaders craft and deliver a specific, consistent, and memorable vision. A goal such as "we intend to double our sales by this time next year," is not inspiring. Neither is along, convoluted mission statement destined to be tucked away and forgotten in a desk somewhere. A vision is a short (usually 10 words or less),vivid description of what the world will look like if your product or service succeeds. Microsoft 's (NasdaqGS: MSFT - News ) Steve Ballmer once said that shortly after he joined the company, he was having second thoughts. Bill Gates and Gates' father took Ballmer out to dinner and said he had it all wrong. They said Ballmer saw his role as that of a bean counter for a start up. They had a vision of putting a computer on every desk, in every home. That vision -- a computer on every desk, in every home – remains consistent to this day. The power of a vision set everything in motion.

3. Sell the benefit.

Always remember, it's not about you, it's about them. In my first class at Northwestern's Medill School of Journalism, I was taught to answer the question, "Why should my readers care?" That's the same thing you need to ask yourself constantly throughout a presentation, meeting, pitch, or any situation where persuasion takes place. Your listeners are asking themselves, what's in this for me? Answer it. Don't make them guess.

4. Tell more stories.

Inspiring leaders tell memorable stories. Few business leaders appreciate the power of stories to connect with their audiences. A few weeks ago I was working with one of the largest producers of organic food in the country. I can't recall most, if any, of the data they used to prove organic is better. But I remember a story a farmer told. He said when he worked for a conventional grower, his kids could not hug him at the end of the day when he got home. His clothes had to be removed and disinfected. Now, his kids can hug him as soon as he walks off the field. No amount of data can replace that story. And now guess what I think about when I see the organic section in my local grocery store? You got it. The farmer's story. Stories connect with people on an emotional level. Tell more of them.

5. Invite participation.

Inspiring leaders bring employees, customers, and colleagues into the process of building the company or service. This is especially important when trying to motivate young people. The command and control way of managing is over. Instead, today's managers solicit input, listen for feedback, and actively incorporate what they hear. Employees want more than a paycheck. They want to know that their work is adding up to something meaningful.

6.Reinforce an optimistic outlook.

Inspiring leaders speak of a better future. Robert Noyce, the co-founder of Intel INTC, said, "Optimism is an essential ingredient of innovation. How else can the individual favor change over security?" Extraordinary leaders through out history have been more optimistic than the average person. Winston Churchill exuded hope and confidence in the darkest days of World War II . Colin Powell said that optimism was the secret behind Ronald Reagan 's charisma. Powell also said that optimism is a force multiplier, meaning it has a ripple effect throughout an organization. Speak in positive, optimistic language. Be a beacon of hope.

7. Encourage potential.

Inspiring leaders praise people and invest in them emotionally. Richard Branson has said that when you praise people they flourish; criticize the mand they shrivel up. Praise is the easiest way to connect with people. When people receive genuine praise, their doubt diminishes and their spirits soar. Encourage people and they'll walk through walls for you. By inspiring your listeners, you become the kind of person people want to be around. Customers will want to do business with you, employees will want to work with you, and investors will want to back you. It all starts with mastering the language of motivation.

Source: Copyright©2007 Business Week On line Business Week, ThuOct11

20 nov 2007

Per avere i giovani che sognate ascoltateli, siate presenti e non trasmettete loro le vostre paure.


E' facile che ad un'uscita come quella del Corriere di oggi "Le ragazzine e il sesso: a 12 anni senza limiti" i genitori rispondano irrigidendo i loro sistemi educativi e pensando che devono stringere la cinghia e controllare maggiormente i loro figli. Ma non è questo il modo per arginare il disorientamento che regna attualmente tra gli adolescenti e i loro educatori. Viviamo in una società confusa; altrimenti dovremmo dire ipocrita, ma ipocrita è chi sa e fa al contrario, simula: quì tanti non hanno proprio idea. Ed è comprensibile: educare nell'età della complessità non è un lavoro che si improvvisa.
La soluzione la davano per esempio già nel 2002 quelli dell' Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR con un serio ed approfondito studio su L'autonomia di movimento dei bambini italiani di cui metteremo in evidenza i passaggi più importanti.
In quella sede si faceva notare che "poche decine di anni fa la mobilità di un bambino di 6-10 anni non era molto differente da quella dei suoi genitori. Oggi la mobilità dell’adulto è molto aumentata, e quella dei bambini si è ridotta notevolmente, in gran parte a causa delle automobili (Parr, 1967).
Sempre più bambini sono accompagnati a scuola da un adulto, in genere in automobile. Sempre meno bambini possono attraversare la strada da soli, recarsi da soli nei luoghi di svago, andare in bicicletta in spazi pubblici (Hillman, 1993).

La diminuzione dell'autonomia di spostamento dei bambini è un fenomeno preoccupante anche perché molte ricerche hanno evidenziato che l'acquisizione di conoscenza ambientale è influenzata dall'esperienza (Hart, 1979; Spencer e Darvizeh, 1981; Cohen e Cohen, 1985; Torell, 1990).
"Armstrong (1993), che ha studiato l'influenza della diminuzione della mobilità autonomia sullo sviluppo fisico dei bambini, ha evidenziato che il 50% delle ragazze e il 30% dei ragazzi tra i 10 e i 16 anni non compiono un percorso di dieci minuti a piedi al giorno.

La percezione dei rischi condiziona l'autonomia ed è diversa nei bambini e nei genitori. I genitori, diversamente dai loro figli, considerano gli incidenti stradali come eventi probabili e gravi (Lee e Rowe, 1994). Ampofo-Boateng e Thompson (1991, 1993) sottolineano che le limitazioni di autonomia sono dovute più alle paure dei genitori che non alle reali incapacità dei bambini. La paura di aggressioni nei confronti dei bambini è amplificata dai media con un incremento nella percezione della pericolosità dell'ambiente urbano. (Blakely, 1994 e Volpi, 2001)".

Insomma la conclusione è che "i bambini vivono tutte le loro esperienze affidati ad adulti che li controllano, li guidano, li istruiscono. Perdono così ogni possibilità di gioco che richiede libertà e possibilità di rischiare e sono condannati a lunghi periodi di solitudine (Tonucci, 1995).
Possiamo quindi sostenere che una così forte riduzione di autonomia nei bambini provoca gravi danni al loro sviluppo, da un punto di vista cognitivo, fisico e sociale".
E allora? Allora continuate a leggere il Blog che forse ci arriviamo.

13 nov 2007

Save the trainers (1): Riconoscere, credere e realizzarsi nel proprio ruolo

Per chi si occupa di formazione giovanile oggi è abbastanza scontato notare che l’emergenza formativa attualmente non sono “i giovani” ma gli adulti coinvolti nel lavoro formativo.
Genitori ansiosi, maestri stressati, insegnanti insoddisfatti sono il chiaro segno che formare nell’epoca della frammentarietà ha dei costi altissimi nei trainers, appunto. Mentre i giovani – che pure non se la passano splendidamente e di cui altrove si parlerà – hanno come un antidoto segreto che in qualche modo (non sempre, ovvio) li tiene a galla e li porta in salvo.

Cosa si può fare per i trainers (genitori, educatori, formatori e affini)? Senz’altro pare sempre più necessario coltivare un abituale atteggiamento di studio. Libri e articoli? Non solo; farsi domande, confrontare opinioni, rifuggire la banalità e l’eccessiva sicurezza nei propri metodi e nei propri approcci (“ai miei tempi…”, “io alla sua età…” etc.). Inoltre si possono cominciare ad analizzare i fattori-pilastro, le guidelines, che si tengono in considerazione a partire dal proprio know-how per vedere se sono proprio in sintonia con l’'equipaggiamento' richiesto dal contesto attuale. E’ quello che ci proponiamo di fare in questo Blog.

Una prima cosa importante per il formatore è riconoscere il proprio ruolo. C’è una definizione di principio di sussidiarietà che lo incornicia come quella ragione per cui un’entità superiore interviene in aiuto dell’entità inferiore solo quando quest’ultima, messe in opera tutte le sue risorse non riesce a raggiungere i propri obiettivi. E’ frequente vedere formatori che bistrattano puntualmente, senza rendersene, conto il principio di sussidiarietà. Allora si vedono maestri che fanno i genitori in classe e genitori che montano in cattedra in famiglia o giudicano l’operato dei docenti, sacerdoti che fanno da grandi organizzatori di eventi o tourleader ed educatori che si trovano ad indossare le vesti dei “grandi saggi”, capi-scout che fanno da padri e papà che fanno i capi-scout, insegnanti che fanno da coach spiritual-esistenziali e psicologi che rischiano di fare da tutor accademici. Perché? Forse per l’incapacità di riconoscere e credere nel proprio ruolo.

Caratteristica fondamentale del formatore è promuovere il sorgere di personalità libere capaci di risposte inedite.

Per fare ciò il formatore dovrebbe sempre:

a) capire le potenzialità ed i limiti del suo ruolo (attenersi a ciò che gli è richiesto e riconoscere i limiti delle sue mansioni, ciò a cui non può arrivare e che è dannoso che intenti; questo vale per tutti: genitori, insegnanti, sacerdoti, educatori),

b) essere molto distaccato dal risultato della sua azione educativa a rischio anche di sembrare superficiale e distratto: farsi da parte, non credersi indispensabile. Questo più che mai oggi, quando, con gli enormi problemi di libertà interiore (ne parleremo) che si riscontrano nel lavoro formativo è molto prossimo il rischio di (de)formare a propria immagine e somiglianza il giovane assediato dalle aspettative dei suoi molti formatori.

Questo evita che il formatore prenda il risultato del proprio lavoro/ruolo come cartina di tornasole per valutare la propria “significatività” esistenziale. In questo modo infatti darebbe anche l'impressione al giovane che il suo giudizio (una correzione, un voto, un dovere ricordato), sia come un giudizio sulla vita intera della persona. Ovvio che questo non lo vuole nessuno, ma si dice ciò che l'altro ha capito più che quello che si è detto (e questo con i giovani è più che un postulato).

Il non comprendere il proprio ruolo - poggiandosi e lavorando in squadra con altre figure formative, ovviamente - farebbe correre il rischio di cercare nei risultati dei propri sforzi (a volte titanici). Cercare il consenso, e quindi la gratificazione, come fine è sempre qualcosa di errato (la felicità sta nell’essere e non nell’avere come direbbe anche E. Fromm); nel lavoro educativo diventa proprio incompatibile e contraddittorio con la mens che lo anima.